Continua la rubrica dedicata alle sollecitazioni domenicali di Don Nicola, che ci aiutano a procedere lungo la strada che ci conduce  ad un rapporto più maturo con la fede.

Una relazione, oltre gli schemi e le strutture che imbrigliano e appesantiscono la nostra spiritualità, affinché investiamo, senza timore, sulla relazione di amicizia con Dio, propria di una fede adulta e responsabile.

“Con la Messa di oggi inizia il Tempo Ordinario. Dopo il periodo pasquale, la Messa di oggi ci propone letture son molto suggestive e belle”. (v. sotto)

È questa l’introduzione di don Nicola alle riflessioni domenicali sulle letture che “il tempo ordinario” ci offre.

Esse mettono in evidenza due parole, in particolare: “povertà” e “paura”.

La povertà, anzitutto, che non è da intendersi solo come povertà materiale, ovvero   mancanza di risorse materiali (aspetto della realtà, peraltro, da non trascurare) ma  nella sua declinazione più insidiosa, vale a dire,  quella del cuore.

In realtà, sovvertendo la logica ordinaria  il Vangelo ci indica nella indigenza , nel bisogno insoddisfatto dell’uomo,  una condizione privilegiata per riconoscere una ricchezza più vera e affidabile.

Difatti, don Nicola, commentando la prima lettura in estrema sintesi, afferma chiaramente che il povero è in posizione di vantaggio  perché ha più possibilità di affidarsi e di scoprire la vera ricchezza dell’uomo.

È un’opportunità, in vero, che il nostro Buon Dio non smette di offrirci, in particolare, attraverso il sacrificio del suo figlio, nuovo Adamo, ovvero Gesù Cristo.

È la fiducia in Lui, la possibilità di affidarci a Lui, che può aiutarci a liberarci dalle  pesanti sovrastrutture materiali, delle false sicurezze, dell’illusorio potere che le ricchezze  materiali ci promettono, e che può favorire il passaggio dall’autocompiacimento alla fecondità di una relazione d’amore.

Difatti, il povero, o meglio colui  che si riconosce e accetta di essere indigente, è colui che più credibilmente  può  avviare un percorso  di liberazione.

Peraltro, come ci aiuta a riconoscere Don Nicola, non saremo mai liberi fino in fondo, se non all’interno di una relazione d’amore.

Evidentemente, la stessa libertà per corrispondere ad una esperienza di crescita (e di ricchezza vera) va coniugata con la responsabilità.

Solo  questa coniugazione, di libertà e responsabilità,  ci può indurre a riconoscere  il limite, la penuria, la mancanza, come una preziosa consapevolezza della nostra condizione umana,   per aprirci alla relazione con l’altro.

E per  costruire insieme una nuova  e più feconda, generativa, ricchezza.

Di fatto solo così acquista senso e valore la libertà e la stessa identità della persona umana.

Perseguita come valore assoluto, la libertà perde, di fatto, il suo vero potenziale. Che, invece, consiste e si rafforza nel riversare nella compagnia, nell’amicizia, nella squadra la sua  fecondità generativa.

In effetti è solo l’amore, non l’assenza del bisogno, non il mero affrancamento  dall’ indigenza, e neppure l’assenza di malattie   che può aprirci alla vera ricchezza.

Per godere di questa ricchezza, di questo ampliamento dei nostri confini, c’è bisogno  di riscoprire il valore della relazione, dell’affidarsi, del ri-conoscersi nell’altro.

E qui Don Nicola chiarisce il possibile equivoco che  una lettura superficiale del brano evangelico di oggi, può ingenerare. Vale a dire dove il brano evangelica recita testualmente: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro”. (Mt 10,26-33) E dove c’è il rischio di una interpretazione deresponsabilizzante, riduttiva, per quanto riguarda il ruolo  della persona., di ciascuno di noi.

In effetti, e Don Nicola lo chiarisce molto bene, ciò che spetta all’uomo non è un semplicistico astenersi dall’impegno quotidiano, rimettendosi passivamente alla volontà di Dio, ma è più propriamente un atto di coraggio che corrisponde all’affidarsi, allo scegliere, ma anche al superare l’adamitica superbia che lo condanna all’infelicità della presunzione, dell’autosufficienza.

L’esortazione  invece è proprio quella di riconoscere e farci interrogare dal nostro  stato di indigenza.

Un’indigenza, beninteso,  relazionale, più che materiale.

Quell’indigenza che può aiutarci a ricercare, a costruire, investire nella relazione con l’altro, per fare squadra, scoprire che  la vera forza, di ciascuno, risiede nell’aiutarsi reciprocamente per condividere il dono della Comunità, del Pane, dell’Ammore.

Pertanto più che cercare soddisfazione e sicurezza nel possesso di  oggetti, o in sovrastrutture materiali, o in  obiettivi narcisistici,  ci viene suggerito di spogliarci  degli “indumenti” superflui.

Piuttosto che un atteggiamento passivo, deresponsabilizzante, fatalistico, ci viene chiesto   di affidarci, di aver fiducia.

E di passare dall’autocompiacimento  alla valorizzazione del nostro stato di indigenza umana, per aprirci all’altro, con fiducia, spirito di collaborazione, impegno reciproco.


Prima Lettura

Ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Dal libro del profeta Geremìa
​Ger 20,10-13

Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Parola di Dio.
 

Seconda Lettura

Il dono di grazia non è come la caduta.Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 5,12-15

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

Vangelo

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,26-33
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».