Un punto di riferimento

Autore: mario.scannapieco@tiscali.it (Pagina 1 di 3)

“CRISTO RE”

COMMENTO ALLE LETTURE DELLA XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – NOSTRO SIGNORE GESÚ CRISTO RE DELL’UNIVERSO – ANNO A – SOLENNITÀ

DOMENICA 22 NOVEMBRE 2020

COMMENTO ALL’OMELIA DI DON NICOLA BARI

Gesù ci parla oggi da Re.

Ma bisogna intenderlo bene.

Se ci rifacciamo all’idea stereotipa del Re, potente e ricco, che decide la sorte dei suoi sudditi, suddividendoli in buoni e cattivi dall’alto di un trono da cui giudica il destino di ciascuno, rischiamo di andare fuori strada.

E di coltivare un’idea di Dio opposta alla proposta di Amore incondizionato che afferma e testimonia, nella sua relazione con l’uomo.

Difatti, l’amore non si esplica se non in un rapporto, in una relazione e il Vangelo mette anche oggi  in evidenza la proposta che Dio instancabilmente, rivolge alla creatura umana.

Una proposta di amore  che facciamo fatica a recepire, ma soprattutto a tradurre, se non attraverso blande, scontate, generiche, superficiali dichiarazioni di bene per il prossimo.

In realtà, ci ammonisce Don Nicola, dovremmo aver l’umiltà di dire “ti voglio bene ma non sono capace di volerti bene veramente”.

Ma non solo, tendiamo anche a proiettare su Dio atteggiamenti e giudizi che in realtà appartengono a noi, costituzionalmente incapaci di amare veramente. Cosicché ci rifacciamo  ad immagini (come, per esempio quella del Giudizio Universale di Michelangelo) che, sebbene  affascinanti e mirabili, nondimeno tradiscono una mera trasposizione degli attributi umani alla figura divina.

Ma Dio non separa e non giudica.  

Dio è amore incondizionato e ci offre testimonianza di questo amore liberante ricordandoci quanto piccoli siamo nella nostra essenza umana  e  quanto distanti siamo dalla capacità di amare autenticamente l’altro.

Ma  ci offre anche una strada, per esempio, attraverso la parabola  del Buon Samaritano, con  la quale  spiazzandoci,  sovverte i nostri rigidi schemi mentali, i nostri giudizi a buon mercato, le nostre comode autoassoluzioni e ci aiuta a riconoscerLo nel prossimo.

Dio continua ad amarci e non indietreggia. Attende pazientemente  che ci rendiamo conto che la sua è la proposta di un Amore che può aprirci veramente alla vita.

Una vita da riscoprire nella relazione con l’altro, il povero, l’indigente. E così ci indica anche la vera strada  in grado di condurci alla vera gioia della vita.

Vale a dire la strada di una povertà che Gesù ci invita incessantemente  a riconoscere, a scorgere e a soccorrere nei nostri fratelli più poveri e indifesi, ma, in fondo, a riconoscere innanzitutto in ciascuno di noi, poveri da convertire e da riportare sulla strada della Vita.  

In realtà, se non riconosciamo la nostra stessa povertà, non possiamo incontrare e relazionarci veramente con Dio.

Infatti,  Dio del Nuovo Testamento (e nella parabola di oggi, ancora una volta) indica esplicitamente  i poveri, gli affamati, i malati, i sofferenti come coloro cui destinare attenzione   e premure.

Ma in fondo  ognuno  di noi  è povero, affamato, sofferente, con la sola aggravante   che spesso  ci illudiamo di non esserlo, autocondannandoci.

E allora, risulta chiaro che non è Dio a giudicare, a separare, ad abbandonare come farebbe un re di questa terra, ma siamo noi che ci facciamo scudo di una falsa immagine creata solo dalla nostra paura di amare.

Dio ci lascia, è vero, la libertà di rimanere schiavi delle nostre paure, della nostra incapacità di amare.

Ma è una  libertà di cui dobbiamo, prima poi trasformare in responsabilità.

Evitando, per l’amor di Dio , (è proprio il caso di dire) di sentirci ricattati o peggio giudicati da Lui.

Proviamo a riconoscere invece in questa proposta l’ennesima premura per rivolgerci a Lui, con fiducia.

“TALENTI”

Commento alle riflessioni di Don Nicola Bari sulle sacre letture di Domenica 15 novembre 2020

Perché viene punito il più povero ovvero quello a cui il padrone ha dato di meno e che per paura li ha semplicemente custoditi?

Sembra paradossale. Come è possibile?  Chi ha avuto di meno   riceve un rimprovero mentre chi ha avuto di più viene elogiato e ricompensato.

Non è paradossale che il padrone, descritto come buono e giusto, vicino ai poveri, prodigo verso chi non ha, questa volta si accanisca contro un suo servo perché non ha saputo far fruttare i   beni che gli erano stati dati in custodia?  E che lo rimproveri solo perché ha avuto paura, un sentimento, in fondo, umanamente comprensibile e, tutto sommato, non biasimabile?

Ma la lettura più corretta ci consegna un’altra verità: qui non si tratta di non comprendere o di biasimare chi ha paura o, peggio, di privilegiare chi ha di più.

In realtà, ancora una volta il Vangelo ci colpisce per i suoi paradossi. Difatti è proprio attraverso il paradosso che possiamo cogliere il senso profondo di questa lettura.

Proprio attraverso l’esempio del servo cui viene affidato la più modesta quantità di doni, la parabola sembra consegnarci un messaggio chiaro: “Non ci sono scuse. Ognuno ha il dovere di sfruttare le opportunità di cui dispone. Lo deve fare il ricco ma ancor più il povero. E non è una minaccia o una condanna. È una promessa,  che punta a sollecitare gli uomini, noi tutti, ad aver più coraggio”.

In realtà,  come pur ci ha sottolineato Nicola, la parabola può essere letta ed attualizzata in relazione alla fase di transizione che sta vivendo il nostro Centro che necessita di maggior coraggio e determinazione da parte di tutti per andare oltre l’oscurità. 

In realtà la parabola sembra piuttosto dura  e mette in evidenza la necessità di essere vigili e propositivi. Peraltro, in tal modo, se pure non possiamo prevenire ogni disagio, qualcuno ce lo fa risparmiare.

La vita va vissuta stando attenti a se stessi e al patrimonio di risorse, visibili o invisibili, materiali o immateriali, di cui, spesso senza esserne consapevoli, siamo stati dotati.

Anche per questo, la vita va vissuta, e anche quando ci sembra di essere avvolti dalle  tenebre dobbiamo avere  il coraggio di affidarci,  e di volerci bene, riconoscendo di avere a che fare con un Dio generoso che ci vuole amici.

D’altra parte la parabola di oggi, che fa riferimento ai Talenti (monete del tempo che avevano un importante valore economico), sta a testimoniare, simbolicamente, l’importante investimento che il Signore ha fatto e che continua a fare su di noi..

Difatti ci  offre qualcosa di molto di più ricco, e di diverso da una qualsiasi monetizzazione, proponendoci di vivere in una relazione di amore senza misura.

Una dimensione verso la quale ci invita ad orientarci insistentemente, non certo perché ricattati di chissà quali severe punizioni da parte di un padrone senza scrupoli e senza pietà, ma, perché ci vuole, premurosamente al suo fianco per godere, insieme, la gioia della condivisione, dell’amore.  

Perché  il Signore in cui crediamo offre tutto e non chiede indietro nulla, crede in noi e ci affida tesori. Egli intorno a sé non vuole dipendenti o commercianti, ma figli, amici, capaci di moltiplicare, nella gioia, i talenti che ci ha generosamente affidati.

“SAPIENZA”

COMUNITÀ SORELLA LUNA ROMA

8.11.20

Riprende la bella consuetudine della celebrazione della santa messa domenicale, diffusa e resa interattiva grazie alla piattaforma Google meet.

Una rinnovata occasione di condivisione della vita comunitaria anche in tempi difficili, come quelli che stiamo vivendo e che ci permette di tenerci sempre attivi, svegli, come peraltro ci sollecita a fare proprio il brano evangelico di oggi.

Al di là delle emergenze e della stessa paura della morte, l’invito che ci viene oggi rivolto, lo sottolinea lo stesso Don Nicola, è quello di mantenerci vivi nella ordinarietà della vita. Come vivi sono coloro che ci hanno preceduto testimoniando l’amore per il prossimo, e che non vanno commemorati ma riconosciuti come preziosi compagni di viaggio.

La vita, infatti, questo prezioso, misterioso, affascinante dono di Dio va sempre celebrata e vissuta all’insegna della gioia. Come quella di chi va a nozze e partecipa ad un’occasione di incontro festoso.

Gli incidenti di percorso, i piccoli e grandi eventi tragici, i fallimenti, i dolori  che segnano inesorabilmente  le nostre vite, allora, possono essere  affrontati come una impegnativa, ma pur preziosa occasione, per non lasciarci prendere dal sonno, dalla pigrizia, dalla vita stolta che non ci dà i frutti densi di sapore dell’amore di Cristo per noi.

Ma Cristo non si limita a suggerirci la sapienza in contrasto alla “stoltezza delle sette vergini”, che non avevano con sé l’olio necessario per tenere accese le lampade.

Dio, infatti, al di là delle pur comprensibili stanchezze di ognuno, ci vuole tenere sempre vivi in terra o in cielo, per consentirci di partecipare alla festa della vita, con gioia e pienezza.

Il Dio della vita, infatti, come pure ci ha sollecitato a riconoscere Don Nicola, commentando la prima lettura, non ci lascia mai soli e non ci chiude mai la porta in faccia.

Magari è vero il contrario, vale a dire che siamo noi che scegliamo di chiudere la porta all’invito di Cristo. Egli infatti non si stanca mai di fornirci occasioni di sapienza, e non bisogna cercarla col lanternino.

Essa è lì, o meglio qui, “seduta alla porta”. Basta cercarla, o meglio accoglierla con fiducia.

Ma Gesù non ci esorta solo ad essere sapienti.  Ci suggerisce anche come farlo quando sottolinea la dimensione del raduno, del ritrovarsi insieme della prospettiva da praticare per vivere veramente.

A cominciare da oggi, nel qui ed ora.

DOMENICA 08 NOVEMBRE 2020

Messa del Giorno XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Colore Liturgico Verde

Prima Lettura

La sapienza si lascia trovare da quelli che la cercano. Dal libro della Sapienza Sap 6,12-16 La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l’ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni. Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 62 (63)

R. Ha sete di te, Signore, l’anima mia. O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua.

R. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode.

R. Così ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani. Mi sazierò come a lauto convito, e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.

R. Nel mio giaciglio di te mi ricordo, penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

Seconda Lettura

Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai tessalonicesi (1Ts 4,13-14)

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Parola di Dio Acclamazione al Vangelo Alleluia, alleluia. Vegliate e tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. (Mt 24,42a.44) Alleluia. Vangelo Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 25,1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono.

A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”.

Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Ma le sagge risposero: “No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Parola del Signore

“PAROLA”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

11.7.20 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

“PAROLA”

“Cristo esce e va”.

“Non si può stare fermi”, sembra volerci dire la parola del Signore. Fra le tante sollecitazioni che ci giungono dalle letture di oggi”, 12 luglio 2020 don Nicola esordisce così per introdurre la riflessione sulla “PAROLA”

Dio, infatti,  si fa Parola per entrare nella nostra umanità e accompagnarci nel nostro processo di crescita.

La parola, in realtà è atto dinamico, creativo, generativo, anche dal punto di vista teorico e filosofico, un diritto inalienabile, un bisogno insopprimibile per esprimere e comunicare fatti, pensieri ed emozioni e per entrare in autentica relazione con gli altri.

Ma non solo… con la parola diamo identità alle cose, diamo addirittura vita alla realtà. 

Come, peraltro ci confermano, sebbene con altri presupposti, insigni filosofi, psicologi, psicoanalisti, di tutti i tempi che ne hanno evidenziato anche il potere terapeutico (come peraltro quello patogeno quando usata male).

Anche per questo, per rispettare la preziosità della parola, la sua fondamentale importanza, dobbiamo disporci all’ascolto e al silenzio, altrettanto importanti per cogliere il valore e il significato della relazione, che ne è un imprescindibile presupposto, pena un soliloquio senza senso.

Sicché il silenzio e l’ascolto non sono un mero esercizio o una pur valida pratica di buona educazione. 

Sono, invece, parti integranti, e complementari, entrambe necessarie, alla comunicazione e alla efficacia della parola.

Peraltro, l’ascolto non è così facile da praticare anche perché implica la consapevolezza dei propri sentimenti affinché le parole dell’altro non vengano sovraccaricate e confuse con i nostri vissuti e i nostri nodi emotivi irrisolti.

Quindi, ancora una volta don Nicola, partendo da queste preliminari considerazioni, ci rivolge, con fiducia, l’esortazione ad accogliere il cambiamento, a procedere, a crescere nella relazione, nel dialogo, nell’ascolto reciproco, diventando sempre più adulti nel rapporto con la fede, più responsabili nel rapporto con Dio, più squadra nel   rapporto con i compagni di viaggio.

Ma anche a cogliere la funzione generativa della stessa sofferenza che spesso accompagna i processi di trasformazione, e l’opportunità che essa  ci offre di rigenerarci continuamente.

Del resto le letture di oggi “contengono”, sono le parole di don Nicola, “molta forza della natura”: acqua, terra, pietra, rovi, semi. Ciò, a dimostrazione dell’intima, potente connessione della natura umana con la forza dello spirito e in particolare con quella della Parola, che ne rappresenta il tramite, l’anello di congiunzione.

La parabola del Seminatore – la madre di tutte le parabole, potremmo dire –   proposta oggi, sta ad indicare la possibilità che ogni terreno ha l’opportunità di far germogliare i semi che il Seminatore ha sparso copiosamente, laddove e non c’è un terreno assolutamente fecondo così come non c’ è un terreno assolutamente arido o roccioso, mentre ogni terreno, così come ogni seme, possiede la possibilità di favorire uno sviluppo fecondo, la speranza di una crescita.

E difatti, aggiunge don Nicola, noi tutti siamo terra, acqua, pietra.   Tutti siamo terra (un po’terra arida un po’ terra fertile). Tutti siamo anche pietra (talvolta pietra dura talvolta pietra duttile). Tutti siamo acqua (un po’ acqua di vita, un po’ acqua alluvionale, straripante, distruttiva).

Ma tutti possiamo far germogliare i semi che abbiamo senz’altro ricevuto.

Difatti, ovviamente, non è Dio l’incompetente seminatore, che non sa dove seminare e come coltivare le sue piante, siamo piuttosto noi che non sappiamo prenderci cura del terreno che ci è stato affidato.

Ma, conclude don Nicola, dove c’è a possibilità di seminare c’è sempre la speranza di raccogliere buoni frutti, a prescindere dal terreno in cui cade il seme.

È questa la sollecitazione finale di questo primo ciclo di riflessioni, intorno alle pagine del Vangelo e delle Sacre Scritture che oggi trova un epilogo, che significativamente coincide con la riflessione, suggerita dalle pagine del Vangelo di oggi, proprio sul valore della “parola.”

Un primo ciclo, che ci auguriamo possa prevederne altri, ma che non è stato seminato invano.

Ne siamo convinti, e sui suoi frutti siamo altrettanto fiduciosi, soprattutto se sapremo coltivarli insieme.

“SEMPLICITA'”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA  5 luglio 2020

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Comunità Sorella Luna (Roma)

Le Letture bibliche di oggi non sono classiche, basate cioè su esortazioni e insegnamenti di vita, magari espressi tramite parabole o ammonimenti.

No! Stavolta Gesù parla del rapporto stesso che ha con il Padre, di conoscenza, riconoscenza, amore.

Sicché, come ci ha sottolineato Don Nicola, Cristo stavolta parla in prima persona ma parla anche di noi, della nostra vita.

In realtà le pagine del Vangelo di oggi (vedi in fondo all’articolo)  fanno seguito ad una fase di fallimento, di crisi.

Fanno da sfondo, infatti: l’incarcerazione di Giovanni, la dura contestazione di Gesù dai rappresentanti del tempio, l’allontanamento di molti seguaci, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli.

Insomma, c’è crisi, c’è qualcosa …che non gira bene.

Ma ecco che, nel momento buio, più critico, si schiude davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso, che gli fa pronunciare parole di intensa gioia e di devoto riconoscimento: “Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli”.

È la logica rivoluzionaria, paradossale, del messaggio evangelico. Capace di scuotere le coscienze e a rompere continuamente schemi precostituiti.  Ma che può prestarsi, ad una lettura superficiale se non in malafede, a interpretazioni di comodo.

Per cui In realtà la vera domanda, riproposta da Don Nicola, suona più o meno così: “Da quale prospettiva ci poniamo per ascoltare il Vangelo?”.

Vero è infatti che spesso tendiamo a interpretare il Vangelo, nel modo  a noi più conveniente, provando anche a distorcere il vero messaggio in esso contenuto, in funzione dei nostri opportunismi.

Ma la verità, in fondo, come sottolinea Don Nicola, si afferma da sola e sta dentro di noi, nonostante i nostri tentativi di complicarla.

La verità è semplice ed è sulla bocca dei poveri, dei semplici, dei bambini non dei saccenti, dai falsi sapienti. E sta fondamentalmente nel cambiamento di prospettiva.

È la  scoperta che Gesù, (come  anche la stessa esperienza del Centro La Tenda), è relazione.

È la scoperta della relazione con Cristo, ma non con il Cristo ipostatizzato, astratto, intellettualizzato, concettualizzato. Bensì con un Dio amorevole, misericordioso, che si fa conoscere,  con semplicità, dai bambini, dai poveri, dagli uomini di buona volontà e in buona fede.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”.

La scoperta è dunque la relazione, vera, diretta, spontanea, con il Padre, da tener ben distinta dalla manipolazione della relazione, funzionale alla negazione del proprio bisogno di amore e di amicizia.

In realtà, la relazione è la vera prospettiva, la vera sapienza, quella che veramente  ci permette di assaporare fino in fondo la vita e di  conoscere se stessi attraverso il rapporto con l’altro e viceversa.

È da qui, allora,  che  possiamo ripartire per ri-motivarci ogni qual volta facciamo i conti con situazioni di difficoltà ma anche con un sentimento, non meno insidioso, di appagamento

Di fatto, i poveri (e i vuoti, come ci ha messo bene in evidenza la nostra amica Marcella Paolemili) ci aiutano a riconoscere la realtà manchevole,  interna a noi stessi. E ad attivarci per colmarla.

L’insegnamento è evidente: bisogna ripartire sempre (“imparare e disimparare continuamente”, diremmo noi oggi), per imparare ad amare davvero.

Parola del Signore.

Vangelo

Chi non prende la croce non è degno di me.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

“ACCOGLIENZA”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

27 giugno 2020 Comunità Sorella Luna Roma

ACCOGLIENZA

“Quelle di questa settimana”, ha iniziato col dire Don Nicola, “sono letture ricche, molto vicine a noi e ci aiutano, tra l’altro, a riflettere sul significato del “discepolato”.

Cristo insegnava ai discepoli e li incoraggiava ad andare in  giro per il mondo, ad insegnare qualcosa ma soprattutto a testimoniare un percorso di vita… fino a proporre loro di diventare amici.

“E ciò fa pensare molto” ha aggiunto don Nicola, “ai nostri rapporti, all’evoluzione che possiamo dare ai nostri rapporti”.

Che non prevedono il ruolo dell’insegnante e dell’allievo, di chi conosce e di chi è ignorante, anche se c’è sempre qualcuno che può insegnare qualcosa a qualcun altro.

Il vero Maestro, in realtà, non è colui che svolge per mestiere questo ruolo ma più credibilmente  è colui il quale è consapevole della proprie difficoltà, dei propri limiti, delle proprie fragilità e si rapporta all’altro con disponibilità, umiltà, spirito di accoglienza.

In realtà, l’esperienza dell’accoglienza un rapporto e quando non c’è  una relazione, più che di accoglienza dobbiamo parlare di chiusura.

Peraltro, Don Nicola ha tenuto a chiarire, a proposito del brano evangelico di oggi, che recita testualmente: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” , cosa intendesse veramente .

Il brano, infatti, va  interpretato correttamente e  non trasformato in una richiesta quasi disumana, come talune interpretazioni possono far pensare,  con espressioni ancora più dure, del tipo: ”chi non odia il padre e la madre non è degno di me”.

In realtà, ognuno di noi è portatore di un’inestinguibile fame di amore, di ricevere così come di dare amore.

E difatti, riusciamo ad amare solo quando siamo consapevoli di essere stati amati.

Ma in realtà in ciascun percorso di vita c’è una storia, spesso segnata da  ferite, vuoti affettivi, dolori  che condizionano la nostra esistenza.

Ma per di più le ferite sperimentate, in passato,  nei diversi rapporti, tendiamo a trasferirle presente.

La domanda, allora, sorge spontanea: “Come si fa ad amare?”

“In realtà l’amore non lo troveremo mai”, è l’affermazione perentoria di Don Nicola. Ma è una affermazione provocatoria che apre e he lascia spazio ad ulteriori importanti  consapevolezze.

E difatti, le nostre esperienze di vita ed i nostri rapporti  sono spesso   dolorosi  e, in fondo c’sempre, in agguato,  una delusione che ci attende.

Riusciamo  a capire qualcosa di più e ad amare un po’ di più solo  quando la sofferenza ci richiama e ci diamo la possibilità di accogliere le nostre ferite.

Il Vangelo di oggi ci aiuta a fare questo passaggio, suggerendoci la opportunità di non rimanere in  una condizione di  perenne immaturità. E lo fa indicandoci la prospettiva dell’accoglienza, della accettazione di un rapporto nuovo con l’altro, con il mondo, con se stessi.

Mt 10, 37-42
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Di fatto Cristo, a dispetto dell’interpretazione letterale del Vangelo, non ci richiede  di abbandonare i nostri cari ma di crescere in adultità, superare la condizione di figli, di dipendenza, di subalternità

In effetti, nel brano evangelico è contenuta la   benevola esortazione ad essere più adulti, nella vita come nella fede.

L’amore, in realtà, non coincide con la negazione  della nostra vita  ed è fatta di cose anche molto semplici, come donare un bicchiere d’acqua, senza pretendere di compiere gesti solo oblativi.   

È questo l’ulteriore insegnamento del Vangelo di oggi che sembra, così, togliere ogni alibi alla nostra paura di crescere.

In realtà è proprio quando pretendiamo di essere perfetti nell’amore, nel dare, nel donarci all’altro che rischiamo di perderci.

A Cristo, basta anche un “bicchiere d’acqua”, basta la umile consapevolezza dei nostri limiti e la disponibilità autentica ad accogliere la nostra pochezza, per disporci ad amare e a essere amati veramente.

Del resto, don Nicola, coerentemente con l’impostazione che ha sempre dato alle riflessioni domenicali, ci riporta alla concretezza della nostra vita comunitaria laddove possiamo leggere e attualizzare nella ordinarietà della nostra esistenza  le letture evangeliche.

Difatti, in conclusione, Don Nicola ci ricorda   che l’accoglienza implica primariamente riconoscere e accettare la  nostra stessa  immaturità e  la possibilità di crescere attraverso un movimento progressivo,  o meglio “una  progressione di affetti”.

Che possiamo ritrovare rileggendo le nostre storie personali.

Anche per questo, Don Nicola ribadisce che non si tratta di trovare maestri, cui delegare gli insegnamenti di vita ma riconoscere la preziosità dei rapporti e dell’insegnamento che deriva proprio dallo scambio di esperienze, dal mettere in comune, dall’accogliere l’altro come occasione di crescita.

In realtà è proprio questo il senso dell’altra affermazione contenuta nel brano evangelico di oggi:

“chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” che, di fatto, non significa esaltare la sofferenza, tantomeno ritenere improvvidamente che è questo che cì viene chiesto da un Padre incomprensivo (e incomprensibile per la verità).  

Ma più realisticamente, ci vene chiesto,  di fare i conti con la nostra storia, le nostre ferite, i nostri limiti come stimolo, occasione per crescere e per essere veramente liberi.

LE LETTURE DI OGGI 27.6.20

Prima Lettura

2 Re 4,8-11.14-16

Dal secondo libro dei Re
Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”.
Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.
Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui.
Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio.
Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.


Mt 10, 37-42
Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

caosinforma 137


Questo numero di caosinforma (il 137), redatto in condizioni di particolari difficoltà, vuole offrire una semplice testimonianza delle iniziative che  il Centro La Tenda  ha messo in campo. Esse rispondono, concretamente, senza pretendere che siano risposte esaustive,  al desiderio di  trasformare questa condizione di disagio in occasione per  ritrovarci e procedere nel nostro cammino operativamente con fiducia e determinazione. Pertanto ci soffermeremo su

– le iniziative di sostegno promosse dall’Area Territoriale  del nostro Centro 

 – la proposta di formazione online, elaborata dal nostro Centro studi e formazione caos 

– la nuova rubrica di caosinforma LA “PAROLA” DELLA DOMENICA 

– Il nuovo sito del Centro La Tenda centrolatenda.net. 

CRONACHE EMOTIVE Il giornalismo al femminile

È disponibile, ed è scaricabile, nella versione in PDF, la raccolta delle “cronache emotive”, curate dalla nostra Maria Luisa Giannattasio
Nel volumetto, di 95 pagine, sono riproposti tutti i suoi artico-li prodotti nel corso degli ultimi due anni, preceduti da una presentazione del Direttore Responsabile di caosinforma.
Il volumetto, corredato dai disegni originali di M.S., è scaricabile dal sito del Centro La Tenda (www.centrolatenda.it o www.centrolatenda.net)
e da quello di caosinforma online (www.caosinfo.wordpress.com)

“POVERTÀ E PAURA”

Continua la rubrica dedicata alle sollecitazioni domenicali di Don Nicola, che ci aiutano a procedere lungo la strada che ci conduce  ad un rapporto più maturo con la fede.

Una relazione, oltre gli schemi e le strutture che imbrigliano e appesantiscono la nostra spiritualità, affinché investiamo, senza timore, sulla relazione di amicizia con Dio, propria di una fede adulta e responsabile.

“Con la Messa di oggi inizia il Tempo Ordinario. Dopo il periodo pasquale, la Messa di oggi ci propone letture son molto suggestive e belle”. (v. sotto)

È questa l’introduzione di don Nicola alle riflessioni domenicali sulle letture che “il tempo ordinario” ci offre.

Esse mettono in evidenza due parole, in particolare: “povertà” e “paura”.

La povertà, anzitutto, che non è da intendersi solo come povertà materiale, ovvero   mancanza di risorse materiali (aspetto della realtà, peraltro, da non trascurare) ma  nella sua declinazione più insidiosa, vale a dire,  quella del cuore.

In realtà, sovvertendo la logica ordinaria  il Vangelo ci indica nella indigenza , nel bisogno insoddisfatto dell’uomo,  una condizione privilegiata per riconoscere una ricchezza più vera e affidabile.

Difatti, don Nicola, commentando la prima lettura in estrema sintesi, afferma chiaramente che il povero è in posizione di vantaggio  perché ha più possibilità di affidarsi e di scoprire la vera ricchezza dell’uomo.

È un’opportunità, in vero, che il nostro Buon Dio non smette di offrirci, in particolare, attraverso il sacrificio del suo figlio, nuovo Adamo, ovvero Gesù Cristo.

È la fiducia in Lui, la possibilità di affidarci a Lui, che può aiutarci a liberarci dalle  pesanti sovrastrutture materiali, delle false sicurezze, dell’illusorio potere che le ricchezze  materiali ci promettono, e che può favorire il passaggio dall’autocompiacimento alla fecondità di una relazione d’amore.

Difatti, il povero, o meglio colui  che si riconosce e accetta di essere indigente, è colui che più credibilmente  può  avviare un percorso  di liberazione.

Peraltro, come ci aiuta a riconoscere Don Nicola, non saremo mai liberi fino in fondo, se non all’interno di una relazione d’amore.

Evidentemente, la stessa libertà per corrispondere ad una esperienza di crescita (e di ricchezza vera) va coniugata con la responsabilità.

Solo  questa coniugazione, di libertà e responsabilità,  ci può indurre a riconoscere  il limite, la penuria, la mancanza, come una preziosa consapevolezza della nostra condizione umana,   per aprirci alla relazione con l’altro.

E per  costruire insieme una nuova  e più feconda, generativa, ricchezza.

Di fatto solo così acquista senso e valore la libertà e la stessa identità della persona umana.

Perseguita come valore assoluto, la libertà perde, di fatto, il suo vero potenziale. Che, invece, consiste e si rafforza nel riversare nella compagnia, nell’amicizia, nella squadra la sua  fecondità generativa.

In effetti è solo l’amore, non l’assenza del bisogno, non il mero affrancamento  dall’ indigenza, e neppure l’assenza di malattie   che può aprirci alla vera ricchezza.

Per godere di questa ricchezza, di questo ampliamento dei nostri confini, c’è bisogno  di riscoprire il valore della relazione, dell’affidarsi, del ri-conoscersi nell’altro.

E qui Don Nicola chiarisce il possibile equivoco che  una lettura superficiale del brano evangelico di oggi, può ingenerare. Vale a dire dove il brano evangelica recita testualmente: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro”. (Mt 10,26-33) E dove c’è il rischio di una interpretazione deresponsabilizzante, riduttiva, per quanto riguarda il ruolo  della persona., di ciascuno di noi.

In effetti, e Don Nicola lo chiarisce molto bene, ciò che spetta all’uomo non è un semplicistico astenersi dall’impegno quotidiano, rimettendosi passivamente alla volontà di Dio, ma è più propriamente un atto di coraggio che corrisponde all’affidarsi, allo scegliere, ma anche al superare l’adamitica superbia che lo condanna all’infelicità della presunzione, dell’autosufficienza.

L’esortazione  invece è proprio quella di riconoscere e farci interrogare dal nostro  stato di indigenza.

Un’indigenza, beninteso,  relazionale, più che materiale.

Quell’indigenza che può aiutarci a ricercare, a costruire, investire nella relazione con l’altro, per fare squadra, scoprire che  la vera forza, di ciascuno, risiede nell’aiutarsi reciprocamente per condividere il dono della Comunità, del Pane, dell’Ammore.

Pertanto più che cercare soddisfazione e sicurezza nel possesso di  oggetti, o in sovrastrutture materiali, o in  obiettivi narcisistici,  ci viene suggerito di spogliarci  degli “indumenti” superflui.

Piuttosto che un atteggiamento passivo, deresponsabilizzante, fatalistico, ci viene chiesto   di affidarci, di aver fiducia.

E di passare dall’autocompiacimento  alla valorizzazione del nostro stato di indigenza umana, per aprirci all’altro, con fiducia, spirito di collaborazione, impegno reciproco.


Prima Lettura

Ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Dal libro del profeta Geremìa
​Ger 20,10-13

Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Parola di Dio.
 

Seconda Lettura

Il dono di grazia non è come la caduta.Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Romani
Rm 5,12-15

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

Vangelo

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,26-33
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

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