Un punto di riferimento

Autore: mario.scannapieco@tiscali.it (Pagina 1 di 5)

INCREDULITA’

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

Comunità Sorella Luna (Roma)
11 aprile 2020

“Oggi le letture ci offrono tanto, ma in particolare evidenziano aspetti della vita del gruppo dei discepoli che, sebbene molto lontani dai nostri tempi nondimeno ci sono molto vicini e, per certi versi, ricordano la fase che stiamo attraversando”.
Cosa infatti dire delle difficoltà, ora come allora, di uscire veramente dalle nostre “tombe”, dalle paure e insicurezza individuali vissute dai discepoli dopo la morte in croce di Gesù?
E cosa dire della tendenza degli stessi Apostoli a starsene, per timore, chiusi in una stanza buia e maleodorante pur avendo fatto esperienza di relazione profonda con Cristo?
E inoltre, che ne è dello spirito di fratellanza che Cristo aveva invitato i discepoli a praticare così come Lui aveva loro insegnato?
Domande che, ieri come oggi, non smettono di interrogarci.
Interrogativi che valgono anche e oggi per ciascuno di noi, che oggi, dopo la “traversata del deserto quaresimale” e dopo aver vissuto esperienze molto intense e ricche di significato e di condivisione, continuiamo a scindere le nostre vite, e a mantenere distanti da noi, il bisogno intimo di manifestarci allo sguardo dell’altro,
Ma più che colpevolizzarci o deprimerci, don Nicola ci invita dell’atteggiamento sempre disponibile all’ascolto e alla misericordia che Cristo stesso ha mostrato nei confronti di Tommaso.
Gesù invita quest’ultimo, infatti, a guardare le sue ferite e mettere le mani e a metterle nel suo costato, ancora sanguinante, come Tommaso stesso aveva chiesto per superare la sua incredulità.
Ma Gesù non vuole forzare Tommaso lo “scettico” , nel quale peraltro possiamo identificarci tutti noi, quando esprime i suoi proverbiali dubbi.
Non lo accusa, non lo rimprovera, ma si ripropone, si riconsegna a discepoli che non l’hanno capito, ne rispetta la fatica e i dubbi pur avendoli ritrovati ancora paralizzati dalla paura.
E accompagna con delicatezza infinita la fede lenta dei suoi, ai quali non chiede di essere perfetti, ma di essere autentici.
Ciò che vuole far capire loro è che la sua fede poggia esclusivamente sull‘amore di Dio per noi povere creature.
Quell’amore che ci può permettere di accogliere senza timori le nostre ferite, i nostri sbagli, i nostri dubbi ostinati. E di amare a nostra volta.
La croce, in realtà, ed è questo il messaggio che ancora una volta don Nicola indirizza a tutti noi, non è un semplice incidente di percorso da superare e dimenticare, ma un’esperienza di “compassione” che ci aiuta ad essere più umani, più vicini, più fratelli.
le letture dell’11 aprile 2021

“PASSAGGIO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

4..4.21 Comunità Sorella Luna Messa di Pasqua

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative

correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

LE LETTURE DEL 4.4.21

“PASSAGGIO”

Il commento

“A Pasqua parlano i gesti e i simboli”.

Introduce così, don Nicola la celebrazione della Messa di Pasqua, nel buio della notte che avvolge la comunità Sorella Luna.

Il buio rappresenta allora l’angoscia:  è la condizione che caratterizza la nostra vita.

Ma c’è anche il fuoco che rischiara e riscalda le nostre vite.  E quella di ogni essere vivente.

Cristo, infatti, si colloca nell’energia vitale che Dio ha immesso nel creato.

La luce delle  candele ancora insufficiente sta quindi ad indicare un ulteriore passaggio da compiere.

Quando c’è la luce si vede, ci si vede e ci si comincia a vedere per quello che siamo veramente.

L’alleluia è allora  il canto più bello, che annuncia la vita con di gioia.

E c’è un germe di vita, che diventa, esso stesso, moltiplicare di vita.

“Abbiamo fatto finora un percorso”, soggiunge don Nicola, “Abbiamo toccato cose importanti. E lo abbiamo fatto attraverso fasi che ci hanno messo anche in difficoltà.

La stessa storia di Cristo ci ha messo davanti tanti misteri incomprensibili e continuamente ci ha spiazzati e ci spiazza.

Come l’immagine della tomba, per esempio.

A volte, infatti, ci chiudiamo, per paura, per difesa, proprio in una sorta di “tomba interiore”.

E difatti, molti pezzi di noi sono sepolti in questa tomba dello spirito.

Le stesse donne citate nel Vangelo  vanno al sepolcro per completare un rito, ma si ritrovano davanti ad un macigno sollevato misteriosamente  dal posto dove doveva, naturalmente, trovarsi.

Non capiscono. Non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere.

Ma don Nicola ci invita ancora una volta leggere i simboli, oltre i fatti, oltre l’esperienza percepita.

Dentro ognuno di noi, in fondo, come già detto, c’è una tomba.

Ma dentro la tomba, ce lo racconta lo stesso brano evangelico, c’è l’immagine di un giovane dalla veste bianca.

Quando ci liberiamo dalle sovrastrutture che gravano sula nostra vita, entra un’energia nuova, giovane.

Quando, nella nostra vita, apriamo le nostre tombe, facciamo entrare energie nuove.

Cristo stesso, infatti, non è nella tomba, così come nessuno di noi, deve ritrovarsi nella tomba.

Avviamo un nuovo cammino di speranza!

Cristo, in  realtà  si trova avanti a noi,  e va avanti.

Seguiamolo, riconoscendolo nel rapporto con gli altri e scorgiamolo nella vita di chi ci sta avanti.

In effetti la Pasqua, (che letteralmente significa “passaggio”) sta a ricordarci che anche per noi c’è la possibilità di nuovo percorso di vita.

E, difatti, sottolinea don Nicola, ogni  Pasqua è  importante, ogni Pasqua può segnare un nuovo passaggio, una nuova tappa lungo il percorso della vita.

Don Nicola, a tal proposito, ricorda i tanti volti, i tanti momenti anche impegnativi che hanno attraversato la sua e la nostra vita, ricordandoli con commozione, affetto, e riconoscenza, non negando la sofferenza e il peso che ha dovuto sopportare, talvolta mentre viveva queste esperienze.

Ma questo “peso” è anche l’energia  che muove la vita.

Anche quando c’è un fallimento, in realtà, la vita moltiplica la sua energia.

Questa è la Pasqua!  Questa è la resurrezione!

La Resurrezione passa attraverso di noi.

Cristo non vola in cielo, come spesso viene raffigurato, nella classica icnografia pasquale, ma rimane con noi, dentro di noi. E ci invita a non avere paura.

La  Pasqua, infatti, è anche un impegno a continuare  il cammino indicato da Cristo.

Del resto anche la sofferenza non sparisce mai del tutto. Ce la portiamo dentro di noi.

Ma la tomba, in fondo, non c’è.

C’è la vita, c’è l’acqua del fonte battesimale, che vuole  entrare proprio là dove pensiamo che ci sia buio e dove invece c’è energia giovane, fresca e feconda di vita.

“MANTELLO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

28.3.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Non abbaiate paura di entrare in  Gerusalemme”. In questa settimana, il ritmo dell’anno liturgico rallenta, possiamo seguire Gesù giorno per giorno.

I mantelli stesi, in realtà, sottolineano l’importanza  del passaggio di Cristo ma soprattutto l’importanza  dello scoprire noi stessi, la nostra Gerusalemme.

Difatti don Nicola, soffermandosi sul significato dei mantelli stesi, ci suggerisce di intenderli sì  come un segno di rispetto di devozione per Gesù Cristo ma anche come l’atto del deporre  la  maschera della nostra immagine sociale. E associa questo disvelamento a quello compiuto da chi depone la maschera per scoprire il suo vero volto.

Quindi il passaggio che Cristo compie con l’ingresso in Gerusalemme  segna una tappa rilevante lungo il processo di svelamento di sé che ognuno è chiamato a compiere.

Uno svelamento che, in verità, non è mai definitivo  ma sempre in evoluzione.  

Difatti, il volto, a differenza degli abiti che indossiamo, non è mai statico ma in continuo, espressivo, cambiamento.

In effetti, la maschera è diversa dal volto e rappresenta, in realtà, solo un sentimento del momento.. non il volto vero di ciascuno d noi.

Ma se il mantello rappresenta una sovrastruttura della nostra  identità, un’immagine esteriore  piuttosto che una diretta esposizione  di sé,  il puledro richiama lo sforzo che ciascuno di noi è costretto a sopportare a causa dei  pesi che si sono venuti a formare sin dall’infanzia, e delle ferite che ciascuno ha inesorabilmente e dolosamente sperimentato nella propria vita.

Ma in effetti, ciò che appesantisce il puledro (e ciascuno di noi) è  la paura di riconoscere la nostra vera, profonda identità.

Cristo è venuto proprio per caricarsi sulle proprie spalle le fatiche e la sofferenza di tutti, di tutta l’umanità nel procedere verso il sé più profondo di ciascuno.

Il processo, indicato da Cristo,  in effetti contiene un percorso di liberazione.

L’Osanna rappresenta, allora, l’incoraggiamento ad esserci.

È importante, però,  entrare in Gerusalemme, non da soli ma  accettando la sofferenza che deriva dalla scoperta delle nostre ferite e soprattutto disponendosi a condividerle nella prospettiva di trasformarle in atti d’amore e di gioia.

È importante  allora rallentare  e accettare anche la sofferenza sana.

Difatti l’entrata di Gesù a Gerusalemme, non è solo un evento storico, ma una parabola vive, in azione.

La Settimana Santa dà senso, a uno a uno, ai giorni del nostro destino; ognuno col suo carico  generoso di segni.

Dio sulla croce non è più “l’onnipotente” dei nostri desideri infantili, il salvagente nei nostri naufragi, ma è il  Cristo che ha paura, prova angoscia  e dolore per la morte ma è contestualmente  il “Tutto-abbracciante, l’Onni-amante cha fa naufragio nella tempesta perfetta dell’amore per noi”. (Ermes Ronchi).

È che ci invita ad affrontare con coraggio ma soprattutto ad affrontare insieme, e  un po’ alla volta, come sottolinea  don Nicola, nell’augurarci un cammino sempre più consapevole per diventare adulti nella fede.

LA PASQUA DEL CENTRO LA TENDA, LA COMPAGNIA DEGLI AMICI E LA RETE COLLEGATA

Pasqua 2021
Il Centro La Tenda, La Compagnia degli Amici, e la rete collegata.
Anche quest’anno siamo distanti, “provati” dalla pandemia, ma non siamo soli!

Oggi più che mai sperimentiamo la gioia di camminare con gli amici. Dal nostro stare insieme, soprattutto quest’anno, vogliamo trarre forza per affrontare le incertezze di entrare nella nostra Gerusalemme e festeggiare uniti la nostra Pasqua.
Augurando una Santa Pasqua a tutti, ci ritroveremo per la celebrazioni della Cena del Signore del Giovedì Santo 1 aprile ore 19:00 come di consueto, e per la Veglia Pasquale sabato  3 aprile ore 22:00 collegandoci online  attraverso google meet, oppure in streaming su youtube digitando Associazione La Tenda Salerno

“CHICCO DI GRANO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

21.3.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Le letture

Questa domenica, si parla di obbedienza, ascolto, accettazione. Ma il Vangelo di San Giovanni, soggiunge don Nicola non è immediato e va compreso bene per coglierne il suo vero, straordinario potenziale.

È venuta l’ora.  Adesso, ora! C’è un continuo riferimento all’ora.  A quella ora, unica,  della nostra vita, in cui è concentrata tutta la nostra esperienza umana.

È il momento. Non ce ne sarà un altro più significativo di questo.

Si tratta dunque di cogliere, don Nicola ce lo sottolinea,  la straordinarietà della nostra vita.

Questo atteggiamento di apertura, segnato da domande fondamentali, inesorabilmente tese alla conoscenza delle ragioni profonde dell’esistenza umana, ci  viene riproposto dalla presenza dei Greci nel brano evangelico di oggi.

Difatti, e lo sottolinea don Nicola, è molto significativa proprio la presenza dei Greci che chiedendo di vedere Gesù, testimoniano una connaturata, preziosa sete di sapere nonché  una dinamica tensione  al superamento degli  schemi. Quegli schemi e quelle rigide strutture mentali,  in cui gli ebrei allora, e noi oggi, rischiamo di  circoscrivere, mortificandola, la vitale aspirazione ad un orizzonte più ampio di senso.

Questa tensione è rappresentata proprio dai Greci ma, in fondo da ognuno di noi, quando siamo mossi dalla voglia di vedere non solo con la mente o  con la testa. Ma quando siamo mossi dal desiderio di guardare la realtà, col “terzo occhio”, quello che sente, che ci induce “fare esperienza oltre l’esperienza”.

In quel momento qualcosa si apre aldilà delle certezze “possedute” dal popolo ebreo.

C’è un’apertura, a dimostrazione che i “passaggi della nostra vita”,  non possono avvenire, rimanendo chiusi in noi stessi, nel nostro limitato orizzonte spazio temporale.

E ce lo ricorda anche il “chicco di grano, citato nel Vangelo di oggi.

Il chicco di grano, infatti, deve germogliare in un terreno fertile, per dare i suoi frutti, pena la sterilità, l’inaridimento, la dispersione.

La condizione perché il seme sviluppi il suo potenziale è appunto il terreno fertile. Ovvero La fertilità, frutto di un concepimento.

Esattamente come riescono a fare le mamme quando partoriscono, generando non solo nuove creature, ma rinnovando la loro stessa identità di donne. Non sono e non saranno più le stesse  donne di prima.

La vita va avanti.

E il momento dell’ora è il momento del cambiamento. Se noi non accettiamo l’onda del cambiamento, rischiamo di rimanere semi… che non danno vita.

Cosicché, come ci aiuta a riconoscere don Nicola, tutti i passaggi, soprattutto quelli più impegnativi, non semplici, generano vita.

Risulta chiaro, allora, che quando parliamo di semi parliamo di noi.

Ma cosa, in realtà “rende fertili”?

Non c’è dubbio è l’amore. E  il percorso che stiamo facendo, frutto della fatica quotidiana, quando fecondato dall’amore, genera qualcosa di significativo di molto bello e significativo.

Lo sguardo del Vangelo, in realtà, va a posarsi sulla fecondità, sul molto frutto, non sul morire!
Ciò non significa cancellare i turbamenti.  Ma riuscire a riconoscerli come un’occasione per sviluppare, fecondare, la vera forza del piccolo chicco seminato in ciascuno di noi, e nella nostra storia.

“Tutto il percorso parte da un’esperienza di fertilità. Siamo chiamati a diventare generatori di vita. Dove c’è vita, la vita attiva altra vita”.

“TERZA VIA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

Appunti e spunti di riflessione tratti dalle meditazioni domenica li di don Nicola intorno alle letture domenicali

Nicodemo

LE LETTURE DEL 14.3.21

IL COMMENTO LA TERZA VIA

Il canto laico che precede la messa, oggi, introduce bene il tema della IV domenica di quaresima.

“Oggi Dio non ho” , è questo il titolo della canzone parla  della condizione in cui si trova l’essere umano quando attraversa il deserto, o peggio, quando si trova in esilio da se stesso ovvero nella sensazione, non così rara nel percorso di ciascuno, della mancanza di certezze o di prospettive significative.

Don Nicola parte dalla esperienza dell’esilio, in cii il popolo ebraico si smarrisce.

Peraltro anche i nostri esili contemporanei sono sempre molto duri e impegnativi. E spesso, anche noi, in essi ci perdiamo.

Ma una grande risorsa umana, una preziosa occasione per ritrovarci sono proprio i sentimenti. Anche quando li proiettiamo sull’immagine di Dio, complice una lettura superficiale del testo biblico.

In realtà  è molto bello, rileggere i racconti evangelici in una logica di processo, in cui tutti i passaggi trovano senso e luce, includendo anche  l’esperienza angosciante dell’esilio e del deserto.

Ci aiuta in questo , il brano evangelico di san Giovanni che riprende il tema del passaggio dalle tenebre alla luce (che a Pasqua si palesa e si manifesta pienamente).

Ed è molto bello, in tale prospettiva, riprendere, come fa don Nicola, il tema del percorso che, iniziato da una riflessione a proposito d del volto e della maschera, oggi ci indica un altro passaggio, successivo a quello del  deserto (in cui ci si può perdere ma anche  ritrovarsi) vale a dire, il confrontarsi con l’esperienza dell’esilio (che a differenza di quella relativa al deserto, non viene scelta, ma subita).

In realtà oggi viviamo, obbligati dalla pandemia, una  la condizione di oggettiva, limitante difficoltà legata alla lontananza forzata dal nostro prossimo.

Ma, allargando lo sguardo, dobbiamo riconoscere, come ci aiuta a fare don Nicola anche i tanti passaggi fondamentali che segnano le nostre vite e che possono, in vertà aiutare a crescere piuttosto che a disperare:

  • dalla vita alla morte
  • dal tradimento al perdono
  • dal deserto alla comunità
  • dalla maschera al volto vero.

E, proprio a proposito del volto vero e del tema della maschera, don Nicola propone una riflessione molto stimolante che parte dalle impegnative   domande: Qual è il volto vero di Dio? Che volto ha veramente Dio?

In realtà molto spesso il volto che attribuiamo a Dio è una nostra proiezione, soprattutto quando lo percepiamo, adirato, duro, minaccioso.

In effetti, Dio è assolutamente amore e tenerezza e non si lascia confondere o turbare dalle nostre ostinazioni.

La testimonianza di Nicodemo, citata nel vangelo di oggi  rappresenta proprio un’occasione per approfondire questi interrogativi.

Nicodemo, infatti, nella narrazione evangelica,  è attraversato da paure e insicurezze.

E don Nicola ci ricorda la sua figura descritta, in altri passi evangelici, come titubante e insicuro, come  “uno che normalmente cammina di notte per non farsi vedere”. Ma anche come colui che, quando Cristo si ritrova davanti ai giudici che lo condanneranno, non ha esitazioni:  prende coraggiosamente posizione.

In effetti, questa figura segnata da paure e di insicurezze, tanto simile a noi, ci permette di considerare una terza strada, che non è quella della fuga o dell’eroismo.

Tant’è:  Dio: non condanna Nicodemo ma lo accoglie con tenerezza e comprensione.

È  infatti, nell’amore, testimoniato da Cristo, con la sua vita, la indicazione più vera dell’atteggiamento da coltivare   di fronte alle “intemperie” della vita.

In effetti, non c’è amore senza sofferenza, senza dolore. Non siamo e non saremo capaci di vero amore, ci ricorda don Nicola, ma non per questo dobbiamo condannarci e pretendere di negare le nostre paure.

In effetti, il collante è l’amore. Ma non l’amore sdolcinato e romantico, da romanzo rosa, che cerca sensazioni più che significati,  bensì un amore che  mostra comprensione e pazienza verso per le debolezze umane.

In effetti, ed è questo il messaggio ulteriore che don Nicola ci propone, Gesù trasforma, aiutandoci a percorrere una via nuova che non implica una scelta estrema tra coraggio o viltà, coerenza o incoerenza, resistenza o debolezza, perfezione o errore.

Gesù mostra una terza via: il rispetto che abbraccia l’imperfezione, la fiducia che accoglie la fragilità e la trasforma.

La terza via di Gesù è credere nel cammino dell’uomo più che nel traguardo, puntare sulla verità umile del primo passo più che sul raggiungimento della meta lontana.

“STRUTTURA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

(Appunti e spunti di riflessione tratti dale meditazioni domenicali di Don Nicola Bari)

Comunità Sorella Luna – Roma 7.3.21

La chiesa è fatta di persone, di comunità non di strutture.

Fare comunità, significa proprio questo e in tale direzione proseguono questi momenti di riflessione, finalizzati a trovare le ragioni profonde del  percorso che stiamo realizzando, come Centro.

Anche la celebrazione di oggi è molto significativa, e in tal senso si presta a molte riflessioni.

In effetti, nel nostro percorso, siamo passati dalla riflessione sul significato  del deserto a quello della maschera per continuare oggi attraverso il paradosso della croce.

Nelle letture di oggi, siamo passati dal racconto della istituzione dei dieci comandamenti, da intendere  come un invito ad essere più veri nel rispetto di se stessi e degli altri. Un invito che trova compimento nel  sacrificio di Cristo, ovvero nella proposta di Amore, per cui acquistano senso tutti comandamenti.

Il percorso che prende il via dal racconto di Gesù nel deserto  rappresenta, in fondo,  il deserto che abbiamo nel nostro animo, o meglio l’esperienza del deserto che facciamo  spesso nel nostro animo. Ma è anche un’esperienza molto importante così come molto importante è l’azione di Cristo che ha buttato giù le sovrastrutture. Senza dire nulla ma con gesti forti e concreti, toglie  tutto ciò che appesantisce  l’uomo.

Difatti, il tempio, ridotto a luogo di mercanteggiamento,  dimostra di essere un luogo di chiusura e di confusione ma tutt’altro che di incontro con la comunità.

L’Evangelista San Giovanni riporta l’episodio all’inizio del suo Vangelo, ma in realtà esso è accaduto alla fine e lo fa proprio, ci fa notare don Nicola,   per sottolineare il percorso necessario per arrivare a questo obiettivo.

Don Nicola ci suggerisce inoltre di soffermarci sulla profezia di Cristo:, quando afferma: ”distruggerò questo tempio e lo farò risorgere in tre giorni”.

Il tutto si gioca tra questi due opposti: “distruggere” e “costruire”. Tra questi due estremi, si interpone la tentazione, ma forse la convinzione dell’essere umano  di dover necessariamente utilizzare maschere, che coprano, nascondendolo, il nostro vero volto.

Cristo ci invita, invece, a costruire la nostra vita, scoprendone il volto.

In effetti, ogni struttura, personale e sociale, fisica e mentale, è soggetta all’irrigidimento e non fa eccezione la stessa struttura ecclesiastica.  Esse sono destinate a sgretolarsi, però, quando sono costrette  a fare i conti con la realtà.

Allora, tutti i templi sono destinati a crollare.

Anche  come persone e come  Centro La Tenda siamo dentro questa storia.

E anche noi saremo, inesorabilmente, prima o poi fisicamente distrutti.

Ma quello che è importante è guardare e guidare il processo, riconoscerne le radici profonde.

In realtà proprio perché ci siamo troppo strutturati dentro non riusciamo a riconoscere  e a  di gestirlo.

Il rischio è di diventare noi stessi struttura.

Ma il momento del “crollo strutturale” non deve spaventarci. Infatti è proprio allora  che possiamo cogliere più che altrove il vitale paradosso della proposta  evangelica”: morire a noi stessi per nascere veramente.  

Lo zero,  ovvero il momento della destrutturazione  ha a che fare, infatti, con la possibilità di riconoscerci veramente e di far emergere la nostra vera forza.

Se ci chiudiamo nelle nostre strutture (fisiche e mentali), ci dice più chiaramente don Nicola, rischiamo di non avere futuro.

I valori della nostra storia, quelli che contano, sono veramente significativi, nella misura in cui non coincidono banalmente,  con  le sedi operative nelle quali ci rinchiudiamo e talvolta ci identifichiamo.

In realtà, ad essere significativi e identitarie sono le nostre radici valoriali, il nostro processo. 

Prima e al di là delle nostre  strutture, c’è infatti il significato profondo delle radici e quando queste sono negate, siamo già morti.

Questa riflessione, tiene a precisare don Nicola, non è ovviamente, un invito alla rinuncia, al pessimismo. Ma è un invito a prendere consapevolezza di non poter fermare un  processo che prescinde dalle nostre intenzioni e dalla nostra ostinazione a conservare lo status quo.

La Tenda, infatti, è nata per dare vita e speranza alle persone più fragili e deboli. Se non si riconoscono  le radici valoriali, che implicano il cambiamento come motore vitale,  ci ingabbiamo. e diventiamo templi, sinagoghe, inutili monumenti.

Non siamo più capaci di accogliere il cambiamento e le sempre nuove richieste di aiuto.

E per ricordarcelo, abbiamo, in realtà, bisogno di togliere, di liberarci.

È necessario, invece, per muoverci più speditamente verso l’altro, farci interrogare, stare tra la gente e cogliere le necessità e le domande che nascono dal disagio, oggi.  In effetti,  anche le strutture operative, quando non sono animate da radici profonde denunciano stanchezza e trascuratezza.  Dobbiamo imparare a prenderci cura e a ristrutturare continuamente la nostra vita, il nostro processo.

IL “VOLTO” E LA “MASCHERA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

(Appunti e spunti di riflessione tratti dale meditazioni domenicali di Don Nicola Bari)

Comunità Sorella Luna – Roma 3.5.20

Guarda la celebrazione integrale sul canale youtube del Centro La Tenda

La Messa di oggi è piuttosto impegnativa, ci avverte don Nicola.  Ci parla infatti, essenzialmente, di un’esperienza molto forte.

Nelle Letture delle settimane scorse, premette, siamo stati impegnati a farei conti, con “il deserto” o con “la sinagoga”  e con il rischio del essere dei “mestieranti”. Oggi siamo chiamati scoprire ciò che si nasconde dietro la maschera, oltre   il ruolo che troppo spesso impedisce di conoscere la nostra vera identità.

Oggi, in effetti, viene presentata un’esperienza molto forte di un Gesù che una volta uscito dalla sinagoga, alla ricerca di rapporti più veri, di  un incontro con  sentimenti e relazioni  genuine, esce per strada e “rompe gli schemi”.

Va su un monte di media grandezza, il monte Tabor, e “porta con sé  tre discepoli (Pietro, Giacomo e Giovanni)con i quali fa un’esperienza straordinaria, di luce e di trasfigurazione.

“È il momento avviene  un  un passaggio”  ci suggerisce don  Nicola.  La maschera viene maschera viene sradicata dal volto di chi la indossava, magari  inconsapevolmente,  resa inutile da una luce  “accecante” La luce della bellezza umana e divina, al tempo stesso.

In effetti, già nella prima lettura Abramo viene messo alla prova essendogli stato chiesto da Dio l’improbabile sacrificio di uccidere il proprio innocente figlio. 

In realtà, soggiunge don Nicola, sottolineando l’assurdità di una interpretazione letterale  di un tale comando di Dio, l’ordine è in effetti finalizzato a segnare un passaggio  dalla logica del sacrificio, del dolore, dell’ ubbidienza faticosa, alla esperienza liberante della  misericordia, della possibilità di  vita vera, gioiosa, amorevole.

Un’esperienza quindi da collocare nel processo di avvicinamento di Dio all’uomo e dell’uomo a se stesso, attraverso il riconoscimento di una verità interna ciascuno di noi.

Attraverso, cioè, un percorso che non è fatto di snaturamenti, impegni estremi, di vette irraggiungibili o di richieste impossibili.

Ce lo ricorda anche simbolicamente il luogo dove avviane l’evento: il monte Tabor. Un monte, in verità di dimensioni modeste.

Non siamo dunque chiamati a scalare vette o a innalzarci oltre i nostri limiti, sembra volerci dire il Buon Dio.

Ma siamo chiamati a scoprirci, a fare a meno delle  maschere  che quotidianamente indossiamo per riconoscere la bellezza che si nasconde nel nostro volto vero.

In effetti l’esperienza della trasfigurazione, per quanto improntata alla gioia che lascia senza parole, alla felicità di una verità disvelata, viene spesso percepita come un rischio. Non fosse altro perché ci offre l’opportunità di uno squarcio di realtà  cui non siamo abituati. Una realtà interna ed esterna, fuori dagli schemi, che ci spiazza e ci interroga.  Anche per questo, è un’esperienza, una folgorazione che   viene spesso accantonata, rimossa, e che contiene la tentazione  della  felicità raggiunta. 

I tre apostoli, infatti,  guardano, così emozionati, storditi, inebriati  da quella  felicità che vorrebbero fissarla per sempre: “facciamo tre capanne”…

Ma si tratterebbe di una staticità pericolosa perché la vita non la si può fermare: la felicità quando   è data,  va goduta senza timori, è una carezza di Dio, uno scampolo di risurrezione, che va conservata e custodita ma non cristallizzata.
Altra cosa  è la necessità della sosta, soprattutto in una fase di fatica e di malessere.

In effetti, c’è un processo che evolve, c’è il superamento del formalismo, della stessa legge e c’è il bisogno di ricercare la spiegazione, il senso della nostra vita, la necessità  di rispondere alla domanda di fondo:  che senso ha tutto questo?

Ma  il  Vangelo di oggi   contiene anche la risposta. È la nostra storia, che in un dato momento  può trovare un senso una motivazione, una trasfigurazione , ovvero il permesso di manifestare quello che siamo veramente. “ Quello che c’è si può manifestare”, sottolinea don Nicola..

Infatti, a fronte del  rischio di identificarci nel ruolo e nella maschera che indossiamo. la trasfigurazioni fa  venire fuori quello che c’è dietro la maschera e ci  fa entrare in contatto con la parte ferita, il bambino ferito dentro di noi.

In effetti, possiamo anche scegliere di scendere dal monte, di rinunciare  alla luce della verità  perché “troppo difficile da gestire. Ma è un’esperienza  che non possiamo  cancellare né  annullare o dimenticare.

Possiamo, invece, condividerla.

Le letture di oggi 28.2.21

“DESERTO”

La Parola della Domenica

GUARDA LA REGISTRAZIONE INTEGRALE  DELLA CELEBRAZIONE SUL CANALE YOUTUBE DEL CENTRO LA TENDA

Stavolta don Nicola parte dal colore: il colore viola, Il colore che nella tradizione liturgica richiama la penitenza, l’attesa e il lutto. Ma che in realtà prelude alla gioia dell’Avvento.

“Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana”. (Marco 1,12-15)

E don Nicola prende spunto proprio dal verbo “sospingere” interpretato come uno scossone, ovvero una sollecitazione ferma ad affrontare il luogo del deserto, o meglio il “deserto dell’anima” e non certo per il gusto di lasciare il suo amato figlio (e in fondo ciascuno di noi) in preda alla tentazione. Ma per farci scoprire la vera energia che si nasconde dietro la cortina fumogena delle nostre paure.

Ancora una volta, dunque, una lezione d’amore.

Difatti cos’è la tentazione? Se non un’occasione per permettere all’uomo di scegliere? Di rafforzare la sua fede e radicare la sua appartenenza nell’amore di Dio Padre?

La tentazione, in effetti, ci esorta a   a scegliere la direzione verso cui orientare il cammino.  E forse l’essere tentati è assolutamente necessario, per restituire la verità e la libertà alla persona umana.

In realtà – ci aiuta a riflettere don Nicola – quelle bestie che Gesù incontra, sono anche il simbolo delle nostre parti oscure, gli spazi d’ombra che ci abitano, che non ci permettono di essere completamente liberi o felici, che ci rallentano, che ci spaventano. Sono, in altri termini, le nostre paure, le esperienze dolorose, le cadute che un giorno ci hanno spaventato, catturato, ferito.

Ma è proprio lì che possiamo e (dobbiamo) imparare a stare con Lui, o meglio scoprirlo nel nostro sé, quello profondo.

Imparare con Lui a stare lì, e a guardare in   faccia le nostra debolezze, le nostra ombre, le nostre paure e dare loro un nome, senza illuderci di poterle ignorare o, peggio, negare.

È importante, invece, riconoscerle e dare loro una direzione.

Esse sono parte del nostro disordine interno e incontrarle diventa allora una preziosa occasione di chiarificazione. E questa apertura, questa visione non può avvenire se non attraverso la nostra fragilità umana che diventa, però, proprio allora, una preziosa, fonte di esperienza, di ancoraggio della nostra vita.

Possiamo ben dire, allora, che senza tentazioni, senza scelte anche sofferte, non si vive veramente. Scompare la libertà e la vera natura umana.

Di fatto, nel deserto, ovvero nella partita decisiva, faccia a faccia con la tentazione della divisione,l’uomo ha veramente la possibilità di scoprire la forza unificante dell’amore.

Cosicché dal deserto può emergere la vita vera, con la fioritura dei colori e creature luminose che rischiarano il buio con l’annuncio della Buona Notizia. 

Ed è proprio questa l’esortazione finale di don Nicola, rivolta, come ci ha abituati a fare in queste celebrazioni domenicali, anche alla nostra nella nostra esperienza operativa.

Andare oltre la denuncia del malessere e diventare noi stessi annuncio di un modo sempre nuovo di stare insieme e di fare squadra. 

“GUARIGIONE”

Appunti e spunti di riflessione  intorno alle  meditazioni di don Nicola Bari nella Santa Messa di domenicale del 14.2.21

La settimana scorsa abbiamo trattato un tema molto importante e ci sono state anche molte ricadute di quanto detto nella vita operativa del nostro Centro. E questo ci incoraggia a continuare questa esperienza di condivisione della messa domenicale celebrata da Don Nicola, via google meet, come stiamo facendo da tempo.

“Siamo passati, leggendo il processo di riflessione suggerito dalle pagine del Vangelo attraverso tappe significative di cui oggi cogliamo un ulteriore sviluppo” esordisce così don Nicola, introducendo le meditazioni di oggi.”

Dalla Sinagoga, dal luogo cioè di chiusura e di riti formali, siamo passati alla casa di Simone Pietro, una casa abitata da più persone ma soprattutto dai sentimenti, dal bisogno di contatto e dal riconoscimento degli affetti che lega le persone.

Per passare poi, attraverso la testimonianza di Giobbe, al riconoscimento del dolore, ma anche della speranza inestinguibile in Dio, nonostante il dolore e la delusione.

Per arrivare, oggi, all’incontro con il lebbroso, narrato nel Vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45).

Ovvero all’incontro con la malattia, con il disagio, con l’emarginazione.

Cosicché, mentre nella prima lettura della messa di oggi, si parla delle disposizioni emanate, per fronteggiare la malattia, nelle parole del Vangelo avviene un passaggio.

Un passaggio, in fondo, che  riguarda ciascuno di noi. E che implica il riconoscimento che ciascuno di noi deve compiere, attraversare nella vita. Difatti, il percorso indicato e vissuto da Cristo rappresenta anche il nostro stesso percorso personale, dalla sinagoga alla casa, all’incontro con i sentimenti, più o meno dolorosi che, in genere, tendiamo a nascondere a noi stessi e agi altri.

Ma rinchiudersi, negare i propri vissuti, le proprie storie di vita, le proprie cadute non è vita.

L’incontro di Cristo con la malattia ci ricorda che siamo tutti ammalati, siamo tutti imperfetti. E la malattia, beninteso, non è solo quella fisica. Difatti, nessuno è integralmente sano ma la verità è che possiamo crescere anche di fronte al dolore che, in realtà, non possiamo mai eliminare del tutto. Esso, in realtà, fa parte di ciascun di noi fin da quando nasciamo.

Tutto ciò però ci impone una domanda: cos’è veramente la guarigione? Quando ci possiamo considerare realmente guarito. In realtà, la guarigione corrisponde con la nostra capacità di accettare i nostri limiti personali, senza illudersi di doverli o poterli nascondere.

L’incontro col lebbroso ci insegna quindi la condizione di disperazione, di solitudine, di emarginazione umana e sociale è un’esperienza con la quale tutti, prima o poi, sebbene in modi diversi, tutti sperimentiamo nella vita anche perdendo talvolta anche la dignità.

C’è un altro aspetto, poi, che colpisce e che don Nicola ha sottolineato come determinante per la crescita e la guarigione. Riguarda, in particolare, il richiamo ad un atto di volontà, nel processo di guarigione. 

Infatti, per guarire, per riprendere e trasformare il disagio in occasione di crescita, in risorsa, c’ è bisogno anche di rapportarsi da adulti alla vita, e stabilire relazioni improntate alla responsabilità. Evitando di rimanere bambini passivi inerti e deresponsabilizzati, tutt’al più ossequiosi delle regole.

Lezione questa, rimarcata dall’esortazione successiva che Cristo fa al lebbroso guarito, vale a dire allorquando “ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno”.

Si tratta, ce lo sottolinea don Nicola, di una “rottura di esperienza” ma anche di un passaggio, di una proposta di rapporto di adultità.

In realtà, spesso, ci limitiamo a raccontare il fatto, l’esperienza, omettendo di esprimere il vissuto, la comunicazione dei sentimenti sperimentati, e delle acquisizioni anche spirituali che accompagnano tale esperienza che, peraltro, non è oggettivamente facile da condividere.

Ma se non avviene questa apertura, se non viene riconosciuta e condivisa questa esperienza interiore, non c’è effettivamente guarigione.

In effetti, quando dalla condizione di indegnità si passa ad essere testimoni, si compie un passaggio importantissimo. Ma spesso perdiamo questa occasione soprattutto quando rimaniamo chiusi nel nostro individualismo e ci autocondanniamo.

Il lebbroso in realtà, trasgredendo le severe leggi del tempo che imponevano l’esclusione assoluta dal villaggio dei lebbrosi, sfida le severe leggi del tempo nel villaggio e cerca un contatto vero.  E così facendo è cambiato tutto. Il malato è guarito, il bambino è diventato adulto. Pronto ad affrontare altre sfide, facendo del cambiamento continuo l’occasione per approssimarsi sempre più all’amore totale di Dio così come era avvenuto allo stesso Cristo nel Vangelo di domenica scorsa, allorquando si era allontanato dalla sinagoga per cercare una casa vera, dove ci fosse vita, persone, relazioni vere.

« Articoli meno recenti

© 2021 centrolatenda.net

Tema di Anders NorenSu ↑