Un punto di riferimento

Autore: mario.scannapieco@tiscali.it (Pagina 1 di 6)

“ESSENZIALE”

La Parla della Domenica

Laboratorio di riflessioni, approfondimento e confronti intorno

alle sollecitazioni delle omelie domenicali di Don Nicola Bari

Comunità La Pagliuzza Giovi Salerno

7.11.21

Suggestiva e non casuale coincidenza quella di questa festività in cui si celebra la “ricorrenza del trapasso di Michele”, fondatore, insieme a don Nicola, della Compagnia degli Amici”, e la lettura del Vangelo di oggi che  ci propone il racconto della di una donna anonima,  sola, vedova, povera. Don Nicola esordisce con questa prima osservazione sottolineando, in premessa, la predilezione di Gesù in per le donne sole, senza difesa, per gli orfani e per gli  umili.

La vedova viene indicata da Cristo stesso come una maestra senza parole e senza titoli altisonanti ma capace di dare lezione ai presunti sapienti del tempo.

La seconda riflessione di don Nicola riguarda la capacità esemplare di Cristo, seduto nel “locale delle offerte”, di osservare.

Osservare gli aspetti più minuti, spesso trascurati: lo sguardo di Gesù è infatti penetrante, proprio di chi ama e cura la vita in tutti i suoi dettagli.

È così che osserva un gesto minuto come minuta è l’offerta materiale compiuta dalla donna, “due monetine che fanno un soldo”.

Ma è proprio lì, in quel gesto essenziale, quasi invisibile, quasi inconsistente, che si cela il divino, e la ricchezza vera di ogni essere umana.

Ce lo sottolinea don Nicola, riproponendoci le parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli. «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Le due misere monetine   offerte dalla donna diventano allora un tesoro inestimabile agli occhi di Gesù, che vede in lei la ricchezza del suo cuore.

E a tal proposito don Nicola ci indica l’esempio spesso invisibile di tanti sforzi che pur si fanno anche nel nostro Centro, nell’anonimato, invisibili, difficili da riconoscere, spesso non premiati, a volte incompresi o fraintesi, eppure essenziali, preziosi per tutti.

Sono costoro – gli autori di questi gesti, come la vedova del Vangelo – che danno più degli altri. 

L’unità di misura di Dio non è infatti un metro quantitativo ma qualitativo, che coglie la vera grandezza (o talvolta la meschinità) del nostro cuore.

E l’essenziale, come ebbe a dire anche Antoine de Saint-Exupéry autore del famosissimo racconto: “Il Piccolo Principe,”[1] è invisibile agli occhi, o quantomeno, aggiungiamo noi,  osservabile solo da chi osserva con amore.

Quella donna allora è una maestra, e Gesù ce la fa riconoscere come tale proprio perché essa non dà qualcosa del suo superfluo ma si spende nella sua relazione con Dio.

Ed è proprio questo il collegamento più naturale con l’esempio del nostro compianto Michele che pur ha saputo fare della sua vita e del suo stile di vita essenziale, semplice, il dono più grande e fecondo per la nostra comunità e non solo. Infatti, la sua testimonianza circola nel nostro Centro come una energia mite e possente, come ogni gesto umano compiuto con tutto il cuore in relazione all’assoluto di Dio.

Non cerchiamo persone perfette né cerchiamo di esserlo, conclude don Nicola, ma piuttosto persone generose, che danno tempo, affetti e piccoli gesti con dentro tanto cuore.


[1] Pur essendo un libro facile e adatto ai bambini, contiene delle tematiche che fanno riflettere sia i grandi che i piccoli. La morale del libro è che, nella vita, non conta quante cose arrivi a possedere ma, piuttosto, quanti legami si è riusciti a stringere. 

PRIVILEGIO

Commento alle sollecitazioni delle omelie domenicali di Don Nicola Bari

Giacomo e Giovanni

17.10.21

Convento Suore della Visitazione San Giorgio del Sannio (Benevento)

Nel Vangelo di oggi, don Nicola ci invita a leggere la risposta di Gesù alle sorprendenti aspirazioni di Giacomo e Giovanni, come un insegnamento rivelatore.

Nei rapporti ordinari, nella vita di tutti i giorni e anche nelle nostre comunità, c’è la tentazione del potere. 

La voglia cioè di possedere i privilegi della condizione di chi comanda.

Il desiderio di comandare tenta inesorabilmente tutti, per cui, come è capitato agli Apostoli Giacomo e Giovanni, anche noi proviamo talvolta a chiedere “il potere” come un privilegio concesso dal nostro Buon Dio, dimostrandoci ancora una volta immaturi nel cogliere il suo vero messaggio.

Ma Gesù, nel brano evangelico, ammonisce i discepoli affinché “non sia così”, richiamando i suoi seguaci ad affrancarsi dall’inganno della competizione della rivalità, della gelosia tra compagni per inseguire il privilegio del “posto d’onore”.

Ed anzi esorta noi, come ha esortato gli Apostoli, a metterci al fianco delle persone e non al di sopra, a farci piccoli per servire meglio.

Se i potenti, infatti, opprimono, i cristiani, devono stare vicino, condividere la povertà, per essere veramente grandi.

Ma grandi, in tale ottica, significa essere capaci, di cogliere la pienezza dell’essere umano che deriva dal servire l’altro, piuttosto che dal farsi servire.

Siamo chiamati infatti, noi oggi, come i discepoli di Cristo allora, a sostenere, le persone, a seguire l’esempio di Cristo che indica un’altra direzione. Che non è segnata  da chi ha avuto la capacità di dominarci, ma da chi ha avuto la capacità di amarci: di indicarci la vera gloria della vita. 

Dietro ad ogni desiderio umano, anche i più balordi, c’è sempre una matrice buona. Ogni desiderio umano, infatti, come ci ricorda don Nicola, ha pur sempre dietro una parte sana, piccolissima magari ma proprio per questo da discernere, per coltivarla, amorevolmente.

Infatti Gesù, anche rispetto alle ineffabili richieste di Giacomo e Giovanni, li chiama a sé pazientemente e spiega, argomenta.

Ma soprattutto c’è in questo atteggiamento la più spiazzante proposta di Gesù. Che don Nicola, riprende e ripropone indicandoci un passaggio   veramente meraviglioso, quello che    ci parla di un Dio che, nella sua rivelazione, è servo.

Da onnipotente a servo, Gesù cioè capovolge la prospettiva: siamo stati creati per essere amati e serviti da Dio,  qui e per sempre.

caosinforma 143

Il particolare periodo storico che stiamo vivendo ci suggerisce di  riscoprire per riaffermarle con maggiore consapevolezza le radici della nostra identità, di gruppo, di associazione.

Dalle diverse sfide, dal disagio sociale ed economico, reso ancor più drammatico dagli esiti della pandemia che ha colpito la nostra civiltà possiamo ricavare gli stimoli per interrogarci e per rafforzare l’identità della nostra proposta.

Proviamo quindi a ricostruire gli aspetti salienti della nostra “identità” per farli diventare punti di forza della “squadra” del Centro La Tenda.

Il tema dell’identità, peraltro riguarda  anche ciascuna delle Aree in  cui si declina il nostro Centro. 

Ed è proprio questo il tema di caosinforma n. 143

IL PASTORE E IL MERCENARIO

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

25.4.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Oggi ci arrivano  tante sollecitazioni dalle Letture.

San  Giovanni ci parla della  pecora e del pastore, ma anche stavolta lo fa per andare oltre.

Sembra proprio il richiamo a ciascuno di noi, e al nostro modo di fare comunità affinché ci riconosciamo anche noi come pecore, figli amati da Dio.

Dimensione che viene ricordata anche  da Pietro negli Atti degli Apostoli attraverso la sua personale  testimonianza.

In realtà, come suggerisce don Nicola,  bisogna capire qual è l’esperienza nostra che potrebbe somigliare a questa. Anche perché, in fondo la “parola”  del Vangelo riguarda direttamente la nostra vita. E trova sempre una corrispondenza con la nostra vita personale e comunitaria. 

Del resto  l’amore e la vita sembrano trovare una perfetta coincidenza nella realtà testimoniata da Gesù.

L’espressione di Gesù: “io sono” dice tantissimo.

Tira  in ballo il tema della identità. E soprattutto il tema della relazione, laddove non c’è identità vera, compiuta, se non si riconosce la relazione alla base di essa.

Il mercenario e il pastore rimandano, allora, anch’essi al tema del rapporto.

In effetti, laddove c’è un’apparente  contrapposizione di ruoli, tra il  il pastore e il mercenario,  bisogna leggere più che la contrapposizione, la prospettiva relazionale, integrativa, suggerita da don Nicola. 

Preso alla lettera il brano evangelico proposto oggi, infatti, sembra  mettere in cattiva luce  la figura del mercenario, alimentando una contrapposizione tra bene e male, giusto ed ingiusto che ci allontana dal vero messaggio evangelico.

In realtà tali attribuzioni  non corrispondono a ruoli definiti, attribuibili tout court all’uno o all’altro personaggio e, soprattutto, distanti lontani dalla nostra esperienza personale.

Piuttosto essi stanno a significare atteggiamenti che appartengono a ciascuno di noi.

Tutti, difatti,  come il mercenario, siamo portati ad utilizzare l’altro in funzione dei nostri obiettivi personali.

Cosicché il bano evangelico  non è una condanna del mercenario, come persona. Quanto piuttosto un’ulteriore dimostrazione della dimensione universale, incondizionata, gratuita  dell’amore di Dio per le sue creature.

Un Buon Pastore determinato a  dare la vita per ciascuna di esse, tra l’altro, non solo per quelle all’interno del recinto. (“Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”).
Ma soprattutto, Don Nicola ci ricorda che,  quando parliamo di pecore, lupi e mercenari, siamo invitati a riconoscere   quanto l’amore  sia un dono fecondo e inesauribile, e che non verrà mai distrutto.

Cosicché la vita, così come l’amore  continua. Non può esaurirsi, non potrà mai  finire.

In effetti, le parole del brano evangelico di oggi ci esortano a non  attardarci  nel coltivare una relazione utilitaristica con l’altro ma non perché ciò sia riprovevole, o punibile in sè quanto invece perché la vita da mercenario, incapace di guardare oltre l’interesse personale, è una vita triste, infelice, sterile.

E il nostro amore, un amore ancora non adulto.

Possiamo allora accettare o rifiutare la proposta che proviene da Gesù ma la garanzia   di tutto questo è che  l’amore  non finisce neppure quando viene rifiutato.

Dio, il Buon Pastore,  dona amore e lo riprende …. Ma l’amore non muore.

“CERCHIO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA  18 aprile 2021

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Comunità Sorella Luna (Roma)

Le letture di oggi ci fanno riflettere sul senso della comunità, inclusa ovviamente la nostra e, quindi sul senso delle relazioni, dei cambiamenti e della stessa Resurrezione.

“C’è un messaggio diretto a tutti. Un messaggio universale, nessuno escluso.  È  come una bella lettera che arriva a ciascuno di noi”, esordisce don Nicola.

Che ci confida di aver cercato di entrare nell’esperienza che l’Evangelista Luca vuole trasferire, al di là del mero racconto di un fatto.

Non caso, Gesù, nel brano evangelico di oggi, si affianca ai discepoli e non si colloca davanti o dietro, ma in “stette in mezzo a loro” a loro, a testimoniare la necessità di   un rapporto di condivisione e di crescita comune.

Non a caso, aggiunge don Nicola, facendo riferimento all’esperienza, al metodo, agli incontri che avvengono nel nostro Centro, le persone, (siano essi operativi, familiari, coordinatori di Struttura o di Area) si radunano sempre in cerchio.

Il cerchio, infatti, è la figura geometrica che meglio rappresenta e traduce il senso dello stare insieme.

Laddove il centro del cerchio è occupato non da un “protagonista”   ma dal valore condiviso del bene, che  accomuna i partecipanti.

In gioco c’è la verità, rappresentata dai rapporti di reciproco aiuto e  dal Bene che lo consente.

Il cerchio permette, infatti, a  ognuno  di guardare negli occhi l’altro  e di riconoscersi sullo stesso livello.

Difatti, la verità si percepisce attraverso la realtà e non coincide con i nostri fantasmi, è un è un toccare più profondo. È, in effetti, un “entrare dentro”.

Ed è in fondo, questa, un’esperienza di resurrezione.

Essa infatti non avviene una sola volta per tutte, ma è un’esperienza che si rinnova costantemente.

È quell’esperienza che ci “fa andare avanti”, ogni volta  che ci risvegliamo dal sonno della notte, o dalle oscurità delle nostre ombre.

La stessa resurrezione di Lazzaro ci dice questo, “egli non è risorto solo dalla morte fisica (una resurrezione, questa, temporanea), ma  soprattutto dalla morte dello spirito.   

In realtà la resurrezione è  un momento di crescita chi ci riguarda e ci aiuta a capire la verità sulla nostra vita.

Cosicché, riprendendo la riflessione sulla maschera che nasconde il nostro vero volto, don Nicola, ci ricorda che solo quando guardiamo  dietro la maschera vediamo veramente il volto di noi stessi e dell’altro.

Così come ci invita a fare il Vangelo di Luca: “entrare nella esperienza”.

Il  brano evangelico di oggi   quindi ci testimonia proprio questa capacità di cogliere la verità che si cela dietro il fatto. Un’ esperienza di ascolto e di visione profonda  che apre veramente.

Il Signore apparendo ai suoi discepoli  ci dà  una buona notizia: “anche noi possiamo risorgere”.

In tal seno è significativo, ancor più, lo stesso invito di Cristo a mangiare insieme.  Mangiare, in fondo,  è il segno di una comunione ritrovata; è un invito a stare insieme, a nutrirsi di pane, di e reciprocità, ad essere  testimoni, non predicatori.

“La possibilità c’è. Ma possiamo solo sperimentarla”.

(Letture: Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19; Salmo 4; Prima Lettera di san Giovanni 2,1-5a; Luca 24,35-48)

“INCREDULITA'”

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

Comunità Sorella Luna (Roma)
11 aprile 2020

“Oggi le letture ci offrono tanto, ma in particolare evidenziano aspetti della vita del gruppo dei discepoli che, sebbene molto lontani dai nostri tempi nondimeno ci sono molto vicini e, per certi versi, ricordano la fase che stiamo attraversando”.
Cosa infatti dire delle difficoltà, ora come allora, di uscire veramente dalle nostre “tombe”, dalle paure e insicurezza individuali vissute dai discepoli dopo la morte in croce di Gesù?
E cosa dire della tendenza degli stessi Apostoli a starsene, per timore, chiusi in una stanza buia e maleodorante pur avendo fatto esperienza di relazione profonda con Cristo?
E inoltre, che ne è dello spirito di fratellanza che Cristo aveva invitato i discepoli a praticare così come Lui aveva loro insegnato?
Domande che, ieri come oggi, non smettono di interrogarci.
Interrogativi che valgono anche e oggi per ciascuno di noi, che oggi, dopo la “traversata del deserto quaresimale” e dopo aver vissuto esperienze molto intense e ricche di significato e di condivisione, continuiamo a scindere le nostre vite, e a mantenere distanti da noi, il bisogno intimo di manifestarci allo sguardo dell’altro,
Ma più che colpevolizzarci o deprimerci, don Nicola ci invita dell’atteggiamento sempre disponibile all’ascolto e alla misericordia che Cristo stesso ha mostrato nei confronti di Tommaso.
Gesù invita quest’ultimo, infatti, a guardare le sue ferite e mettere le mani e a metterle nel suo costato, ancora sanguinante, come Tommaso stesso aveva chiesto per superare la sua incredulità.
Ma Gesù non vuole forzare Tommaso lo “scettico” , nel quale peraltro possiamo identificarci tutti noi, quando esprime i suoi proverbiali dubbi.
Non lo accusa, non lo rimprovera, ma si ripropone, si riconsegna a discepoli che non l’hanno capito, ne rispetta la fatica e i dubbi pur avendoli ritrovati ancora paralizzati dalla paura.
E accompagna con delicatezza infinita la fede lenta dei suoi, ai quali non chiede di essere perfetti, ma di essere autentici.
Ciò che vuole far capire loro è che la sua fede poggia esclusivamente sull‘amore di Dio per noi povere creature.
Quell’amore che ci può permettere di accogliere senza timori le nostre ferite, i nostri sbagli, i nostri dubbi ostinati. E di amare a nostra volta.
La croce, in realtà, ed è questo il messaggio che ancora una volta don Nicola indirizza a tutti noi, non è un semplice incidente di percorso da superare e dimenticare, ma un’esperienza di “compassione” che ci aiuta ad essere più umani, più vicini, più fratelli.
le letture dell’11 aprile 2021

“PASSAGGIO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

4..4.21 Comunità Sorella Luna Messa di Pasqua

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative

correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

LE LETTURE DEL 4.4.21

“PASSAGGIO”

Il commento

“A Pasqua parlano i gesti e i simboli”.

Introduce così, don Nicola la celebrazione della Messa di Pasqua, nel buio della notte che avvolge la comunità Sorella Luna.

Il buio rappresenta allora l’angoscia:  è la condizione che caratterizza la nostra vita.

Ma c’è anche il fuoco che rischiara e riscalda le nostre vite.  E quella di ogni essere vivente.

Cristo, infatti, si colloca nell’energia vitale che Dio ha immesso nel creato.

La luce delle  candele ancora insufficiente sta quindi ad indicare un ulteriore passaggio da compiere.

Quando c’è la luce si vede, ci si vede e ci si comincia a vedere per quello che siamo veramente.

L’alleluia è allora  il canto più bello, che annuncia la vita con di gioia.

E c’è un germe di vita, che diventa, esso stesso, moltiplicare di vita.

“Abbiamo fatto finora un percorso”, soggiunge don Nicola, “Abbiamo toccato cose importanti. E lo abbiamo fatto attraverso fasi che ci hanno messo anche in difficoltà.

La stessa storia di Cristo ci ha messo davanti tanti misteri incomprensibili e continuamente ci ha spiazzati e ci spiazza.

Come l’immagine della tomba, per esempio.

A volte, infatti, ci chiudiamo, per paura, per difesa, proprio in una sorta di “tomba interiore”.

E difatti, molti pezzi di noi sono sepolti in questa tomba dello spirito.

Le stesse donne citate nel Vangelo  vanno al sepolcro per completare un rito, ma si ritrovano davanti ad un macigno sollevato misteriosamente  dal posto dove doveva, naturalmente, trovarsi.

Non capiscono. Non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere.

Ma don Nicola ci invita ancora una volta leggere i simboli, oltre i fatti, oltre l’esperienza percepita.

Dentro ognuno di noi, in fondo, come già detto, c’è una tomba.

Ma dentro la tomba, ce lo racconta lo stesso brano evangelico, c’è l’immagine di un giovane dalla veste bianca.

Quando ci liberiamo dalle sovrastrutture che gravano sula nostra vita, entra un’energia nuova, giovane.

Quando, nella nostra vita, apriamo le nostre tombe, facciamo entrare energie nuove.

Cristo stesso, infatti, non è nella tomba, così come nessuno di noi, deve ritrovarsi nella tomba.

Avviamo un nuovo cammino di speranza!

Cristo, in  realtà  si trova avanti a noi,  e va avanti.

Seguiamolo, riconoscendolo nel rapporto con gli altri e scorgiamolo nella vita di chi ci sta avanti.

In effetti la Pasqua, (che letteralmente significa “passaggio”) sta a ricordarci che anche per noi c’è la possibilità di nuovo percorso di vita.

E, difatti, sottolinea don Nicola, ogni  Pasqua è  importante, ogni Pasqua può segnare un nuovo passaggio, una nuova tappa lungo il percorso della vita.

Don Nicola, a tal proposito, ricorda i tanti volti, i tanti momenti anche impegnativi che hanno attraversato la sua e la nostra vita, ricordandoli con commozione, affetto, e riconoscenza, non negando la sofferenza e il peso che ha dovuto sopportare, talvolta mentre viveva queste esperienze.

Ma questo “peso” è anche l’energia  che muove la vita.

Anche quando c’è un fallimento, in realtà, la vita moltiplica la sua energia.

Questa è la Pasqua!  Questa è la resurrezione!

La Resurrezione passa attraverso di noi.

Cristo non vola in cielo, come spesso viene raffigurato, nella classica icnografia pasquale, ma rimane con noi, dentro di noi. E ci invita a non avere paura.

La  Pasqua, infatti, è anche un impegno a continuare  il cammino indicato da Cristo.

Del resto anche la sofferenza non sparisce mai del tutto. Ce la portiamo dentro di noi.

Ma la tomba, in fondo, non c’è.

C’è la vita, c’è l’acqua del fonte battesimale, che vuole  entrare proprio là dove pensiamo che ci sia buio e dove invece c’è energia giovane, fresca e feconda di vita.

“MANTELLO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

28.3.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Non abbaiate paura di entrare in  Gerusalemme”. In questa settimana, il ritmo dell’anno liturgico rallenta, possiamo seguire Gesù giorno per giorno.

I mantelli stesi, in realtà, sottolineano l’importanza  del passaggio di Cristo ma soprattutto l’importanza  dello scoprire noi stessi, la nostra Gerusalemme.

Difatti don Nicola, soffermandosi sul significato dei mantelli stesi, ci suggerisce di intenderli sì  come un segno di rispetto di devozione per Gesù Cristo ma anche come l’atto del deporre  la  maschera della nostra immagine sociale. E associa questo disvelamento a quello compiuto da chi depone la maschera per scoprire il suo vero volto.

Quindi il passaggio che Cristo compie con l’ingresso in Gerusalemme  segna una tappa rilevante lungo il processo di svelamento di sé che ognuno è chiamato a compiere.

Uno svelamento che, in verità, non è mai definitivo  ma sempre in evoluzione.  

Difatti, il volto, a differenza degli abiti che indossiamo, non è mai statico ma in continuo, espressivo, cambiamento.

In effetti, la maschera è diversa dal volto e rappresenta, in realtà, solo un sentimento del momento.. non il volto vero di ciascuno d noi.

Ma se il mantello rappresenta una sovrastruttura della nostra  identità, un’immagine esteriore  piuttosto che una diretta esposizione  di sé,  il puledro richiama lo sforzo che ciascuno di noi è costretto a sopportare a causa dei  pesi che si sono venuti a formare sin dall’infanzia, e delle ferite che ciascuno ha inesorabilmente e dolosamente sperimentato nella propria vita.

Ma in effetti, ciò che appesantisce il puledro (e ciascuno di noi) è  la paura di riconoscere la nostra vera, profonda identità.

Cristo è venuto proprio per caricarsi sulle proprie spalle le fatiche e la sofferenza di tutti, di tutta l’umanità nel procedere verso il sé più profondo di ciascuno.

Il processo, indicato da Cristo,  in effetti contiene un percorso di liberazione.

L’Osanna rappresenta, allora, l’incoraggiamento ad esserci.

È importante, però,  entrare in Gerusalemme, non da soli ma  accettando la sofferenza che deriva dalla scoperta delle nostre ferite e soprattutto disponendosi a condividerle nella prospettiva di trasformarle in atti d’amore e di gioia.

È importante  allora rallentare  e accettare anche la sofferenza sana.

Difatti l’entrata di Gesù a Gerusalemme, non è solo un evento storico, ma una parabola vive, in azione.

La Settimana Santa dà senso, a uno a uno, ai giorni del nostro destino; ognuno col suo carico  generoso di segni.

Dio sulla croce non è più “l’onnipotente” dei nostri desideri infantili, il salvagente nei nostri naufragi, ma è il  Cristo che ha paura, prova angoscia  e dolore per la morte ma è contestualmente  il “Tutto-abbracciante, l’Onni-amante cha fa naufragio nella tempesta perfetta dell’amore per noi”. (Ermes Ronchi).

È che ci invita ad affrontare con coraggio ma soprattutto ad affrontare insieme, e  un po’ alla volta, come sottolinea  don Nicola, nell’augurarci un cammino sempre più consapevole per diventare adulti nella fede.

LA PASQUA DEL CENTRO LA TENDA, LA COMPAGNIA DEGLI AMICI E LA RETE COLLEGATA

Pasqua 2021
Il Centro La Tenda, La Compagnia degli Amici, e la rete collegata.
Anche quest’anno siamo distanti, “provati” dalla pandemia, ma non siamo soli!

Oggi più che mai sperimentiamo la gioia di camminare con gli amici. Dal nostro stare insieme, soprattutto quest’anno, vogliamo trarre forza per affrontare le incertezze di entrare nella nostra Gerusalemme e festeggiare uniti la nostra Pasqua.
Augurando una Santa Pasqua a tutti, ci ritroveremo per la celebrazioni della Cena del Signore del Giovedì Santo 1 aprile ore 19:00 come di consueto, e per la Veglia Pasquale sabato  3 aprile ore 22:00 collegandoci online  attraverso google meet, oppure in streaming su youtube digitando Associazione La Tenda Salerno

“CHICCO DI GRANO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

21.3.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Le letture

Questa domenica, si parla di obbedienza, ascolto, accettazione. Ma il Vangelo di San Giovanni, soggiunge don Nicola non è immediato e va compreso bene per coglierne il suo vero, straordinario potenziale.

È venuta l’ora.  Adesso, ora! C’è un continuo riferimento all’ora.  A quella ora, unica,  della nostra vita, in cui è concentrata tutta la nostra esperienza umana.

È il momento. Non ce ne sarà un altro più significativo di questo.

Si tratta dunque di cogliere, don Nicola ce lo sottolinea,  la straordinarietà della nostra vita.

Questo atteggiamento di apertura, segnato da domande fondamentali, inesorabilmente tese alla conoscenza delle ragioni profonde dell’esistenza umana, ci  viene riproposto dalla presenza dei Greci nel brano evangelico di oggi.

Difatti, e lo sottolinea don Nicola, è molto significativa proprio la presenza dei Greci che chiedendo di vedere Gesù, testimoniano una connaturata, preziosa sete di sapere nonché  una dinamica tensione  al superamento degli  schemi. Quegli schemi e quelle rigide strutture mentali,  in cui gli ebrei allora, e noi oggi, rischiamo di  circoscrivere, mortificandola, la vitale aspirazione ad un orizzonte più ampio di senso.

Questa tensione è rappresentata proprio dai Greci ma, in fondo da ognuno di noi, quando siamo mossi dalla voglia di vedere non solo con la mente o  con la testa. Ma quando siamo mossi dal desiderio di guardare la realtà, col “terzo occhio”, quello che sente, che ci induce “fare esperienza oltre l’esperienza”.

In quel momento qualcosa si apre aldilà delle certezze “possedute” dal popolo ebreo.

C’è un’apertura, a dimostrazione che i “passaggi della nostra vita”,  non possono avvenire, rimanendo chiusi in noi stessi, nel nostro limitato orizzonte spazio temporale.

E ce lo ricorda anche il “chicco di grano, citato nel Vangelo di oggi.

Il chicco di grano, infatti, deve germogliare in un terreno fertile, per dare i suoi frutti, pena la sterilità, l’inaridimento, la dispersione.

La condizione perché il seme sviluppi il suo potenziale è appunto il terreno fertile. Ovvero La fertilità, frutto di un concepimento.

Esattamente come riescono a fare le mamme quando partoriscono, generando non solo nuove creature, ma rinnovando la loro stessa identità di donne. Non sono e non saranno più le stesse  donne di prima.

La vita va avanti.

E il momento dell’ora è il momento del cambiamento. Se noi non accettiamo l’onda del cambiamento, rischiamo di rimanere semi… che non danno vita.

Cosicché, come ci aiuta a riconoscere don Nicola, tutti i passaggi, soprattutto quelli più impegnativi, non semplici, generano vita.

Risulta chiaro, allora, che quando parliamo di semi parliamo di noi.

Ma cosa, in realtà “rende fertili”?

Non c’è dubbio è l’amore. E  il percorso che stiamo facendo, frutto della fatica quotidiana, quando fecondato dall’amore, genera qualcosa di significativo di molto bello e significativo.

Lo sguardo del Vangelo, in realtà, va a posarsi sulla fecondità, sul molto frutto, non sul morire!
Ciò non significa cancellare i turbamenti.  Ma riuscire a riconoscerli come un’occasione per sviluppare, fecondare, la vera forza del piccolo chicco seminato in ciascuno di noi, e nella nostra storia.

“Tutto il percorso parte da un’esperienza di fertilità. Siamo chiamati a diventare generatori di vita. Dove c’è vita, la vita attiva altra vita”.

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