Un punto di riferimento

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“TERZA VIA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

Appunti e spunti di riflessione tratti dalle meditazioni domenica li di don Nicola intorno alle letture domenicali

Nicodemo

LE LETTURE DEL 14.3.21

IL COMMENTO LA TERZA VIA

Il canto laico che precede la messa, oggi, introduce bene il tema della IV domenica di quaresima.

“Oggi Dio non ho” , è questo il titolo della canzone parla  della condizione in cui si trova l’essere umano quando attraversa il deserto, o peggio, quando si trova in esilio da se stesso ovvero nella sensazione, non così rara nel percorso di ciascuno, della mancanza di certezze o di prospettive significative.

Don Nicola parte dalla esperienza dell’esilio, in cii il popolo ebraico si smarrisce.

Peraltro anche i nostri esili contemporanei sono sempre molto duri e impegnativi. E spesso, anche noi, in essi ci perdiamo.

Ma una grande risorsa umana, una preziosa occasione per ritrovarci sono proprio i sentimenti. Anche quando li proiettiamo sull’immagine di Dio, complice una lettura superficiale del testo biblico.

In realtà  è molto bello, rileggere i racconti evangelici in una logica di processo, in cui tutti i passaggi trovano senso e luce, includendo anche  l’esperienza angosciante dell’esilio e del deserto.

Ci aiuta in questo , il brano evangelico di san Giovanni che riprende il tema del passaggio dalle tenebre alla luce (che a Pasqua si palesa e si manifesta pienamente).

Ed è molto bello, in tale prospettiva, riprendere, come fa don Nicola, il tema del percorso che, iniziato da una riflessione a proposito d del volto e della maschera, oggi ci indica un altro passaggio, successivo a quello del  deserto (in cui ci si può perdere ma anche  ritrovarsi) vale a dire, il confrontarsi con l’esperienza dell’esilio (che a differenza di quella relativa al deserto, non viene scelta, ma subita).

In realtà oggi viviamo, obbligati dalla pandemia, una  la condizione di oggettiva, limitante difficoltà legata alla lontananza forzata dal nostro prossimo.

Ma, allargando lo sguardo, dobbiamo riconoscere, come ci aiuta a fare don Nicola anche i tanti passaggi fondamentali che segnano le nostre vite e che possono, in vertà aiutare a crescere piuttosto che a disperare:

  • dalla vita alla morte
  • dal tradimento al perdono
  • dal deserto alla comunità
  • dalla maschera al volto vero.

E, proprio a proposito del volto vero e del tema della maschera, don Nicola propone una riflessione molto stimolante che parte dalle impegnative   domande: Qual è il volto vero di Dio? Che volto ha veramente Dio?

In realtà molto spesso il volto che attribuiamo a Dio è una nostra proiezione, soprattutto quando lo percepiamo, adirato, duro, minaccioso.

In effetti, Dio è assolutamente amore e tenerezza e non si lascia confondere o turbare dalle nostre ostinazioni.

La testimonianza di Nicodemo, citata nel vangelo di oggi  rappresenta proprio un’occasione per approfondire questi interrogativi.

Nicodemo, infatti, nella narrazione evangelica,  è attraversato da paure e insicurezze.

E don Nicola ci ricorda la sua figura descritta, in altri passi evangelici, come titubante e insicuro, come  “uno che normalmente cammina di notte per non farsi vedere”. Ma anche come colui che, quando Cristo si ritrova davanti ai giudici che lo condanneranno, non ha esitazioni:  prende coraggiosamente posizione.

In effetti, questa figura segnata da paure e di insicurezze, tanto simile a noi, ci permette di considerare una terza strada, che non è quella della fuga o dell’eroismo.

Tant’è:  Dio: non condanna Nicodemo ma lo accoglie con tenerezza e comprensione.

È  infatti, nell’amore, testimoniato da Cristo, con la sua vita, la indicazione più vera dell’atteggiamento da coltivare   di fronte alle “intemperie” della vita.

In effetti, non c’è amore senza sofferenza, senza dolore. Non siamo e non saremo capaci di vero amore, ci ricorda don Nicola, ma non per questo dobbiamo condannarci e pretendere di negare le nostre paure.

In effetti, il collante è l’amore. Ma non l’amore sdolcinato e romantico, da romanzo rosa, che cerca sensazioni più che significati,  bensì un amore che  mostra comprensione e pazienza verso per le debolezze umane.

In effetti, ed è questo il messaggio ulteriore che don Nicola ci propone, Gesù trasforma, aiutandoci a percorrere una via nuova che non implica una scelta estrema tra coraggio o viltà, coerenza o incoerenza, resistenza o debolezza, perfezione o errore.

Gesù mostra una terza via: il rispetto che abbraccia l’imperfezione, la fiducia che accoglie la fragilità e la trasforma.

La terza via di Gesù è credere nel cammino dell’uomo più che nel traguardo, puntare sulla verità umile del primo passo più che sul raggiungimento della meta lontana.

“STRUTTURA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

(Appunti e spunti di riflessione tratti dale meditazioni domenicali di Don Nicola Bari)

Comunità Sorella Luna – Roma 7.3.21

La chiesa è fatta di persone, di comunità non di strutture.

Fare comunità, significa proprio questo e in tale direzione proseguono questi momenti di riflessione, finalizzati a trovare le ragioni profonde del  percorso che stiamo realizzando, come Centro.

Anche la celebrazione di oggi è molto significativa, e in tal senso si presta a molte riflessioni.

In effetti, nel nostro percorso, siamo passati dalla riflessione sul significato  del deserto a quello della maschera per continuare oggi attraverso il paradosso della croce.

Nelle letture di oggi, siamo passati dal racconto della istituzione dei dieci comandamenti, da intendere  come un invito ad essere più veri nel rispetto di se stessi e degli altri. Un invito che trova compimento nel  sacrificio di Cristo, ovvero nella proposta di Amore, per cui acquistano senso tutti comandamenti.

Il percorso che prende il via dal racconto di Gesù nel deserto  rappresenta, in fondo,  il deserto che abbiamo nel nostro animo, o meglio l’esperienza del deserto che facciamo  spesso nel nostro animo. Ma è anche un’esperienza molto importante così come molto importante è l’azione di Cristo che ha buttato giù le sovrastrutture. Senza dire nulla ma con gesti forti e concreti, toglie  tutto ciò che appesantisce  l’uomo.

Difatti, il tempio, ridotto a luogo di mercanteggiamento,  dimostra di essere un luogo di chiusura e di confusione ma tutt’altro che di incontro con la comunità.

L’Evangelista San Giovanni riporta l’episodio all’inizio del suo Vangelo, ma in realtà esso è accaduto alla fine e lo fa proprio, ci fa notare don Nicola,   per sottolineare il percorso necessario per arrivare a questo obiettivo.

Don Nicola ci suggerisce inoltre di soffermarci sulla profezia di Cristo:, quando afferma: ”distruggerò questo tempio e lo farò risorgere in tre giorni”.

Il tutto si gioca tra questi due opposti: “distruggere” e “costruire”. Tra questi due estremi, si interpone la tentazione, ma forse la convinzione dell’essere umano  di dover necessariamente utilizzare maschere, che coprano, nascondendolo, il nostro vero volto.

Cristo ci invita, invece, a costruire la nostra vita, scoprendone il volto.

In effetti, ogni struttura, personale e sociale, fisica e mentale, è soggetta all’irrigidimento e non fa eccezione la stessa struttura ecclesiastica.  Esse sono destinate a sgretolarsi, però, quando sono costrette  a fare i conti con la realtà.

Allora, tutti i templi sono destinati a crollare.

Anche  come persone e come  Centro La Tenda siamo dentro questa storia.

E anche noi saremo, inesorabilmente, prima o poi fisicamente distrutti.

Ma quello che è importante è guardare e guidare il processo, riconoscerne le radici profonde.

In realtà proprio perché ci siamo troppo strutturati dentro non riusciamo a riconoscere  e a  di gestirlo.

Il rischio è di diventare noi stessi struttura.

Ma il momento del “crollo strutturale” non deve spaventarci. Infatti è proprio allora  che possiamo cogliere più che altrove il vitale paradosso della proposta  evangelica”: morire a noi stessi per nascere veramente.  

Lo zero,  ovvero il momento della destrutturazione  ha a che fare, infatti, con la possibilità di riconoscerci veramente e di far emergere la nostra vera forza.

Se ci chiudiamo nelle nostre strutture (fisiche e mentali), ci dice più chiaramente don Nicola, rischiamo di non avere futuro.

I valori della nostra storia, quelli che contano, sono veramente significativi, nella misura in cui non coincidono banalmente,  con  le sedi operative nelle quali ci rinchiudiamo e talvolta ci identifichiamo.

In realtà, ad essere significativi e identitarie sono le nostre radici valoriali, il nostro processo. 

Prima e al di là delle nostre  strutture, c’è infatti il significato profondo delle radici e quando queste sono negate, siamo già morti.

Questa riflessione, tiene a precisare don Nicola, non è ovviamente, un invito alla rinuncia, al pessimismo. Ma è un invito a prendere consapevolezza di non poter fermare un  processo che prescinde dalle nostre intenzioni e dalla nostra ostinazione a conservare lo status quo.

La Tenda, infatti, è nata per dare vita e speranza alle persone più fragili e deboli. Se non si riconoscono  le radici valoriali, che implicano il cambiamento come motore vitale,  ci ingabbiamo. e diventiamo templi, sinagoghe, inutili monumenti.

Non siamo più capaci di accogliere il cambiamento e le sempre nuove richieste di aiuto.

E per ricordarcelo, abbiamo, in realtà, bisogno di togliere, di liberarci.

È necessario, invece, per muoverci più speditamente verso l’altro, farci interrogare, stare tra la gente e cogliere le necessità e le domande che nascono dal disagio, oggi.  In effetti,  anche le strutture operative, quando non sono animate da radici profonde denunciano stanchezza e trascuratezza.  Dobbiamo imparare a prenderci cura e a ristrutturare continuamente la nostra vita, il nostro processo.

IL “VOLTO” E LA “MASCHERA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

(Appunti e spunti di riflessione tratti dale meditazioni domenicali di Don Nicola Bari)

Comunità Sorella Luna – Roma 3.5.20

Guarda la celebrazione integrale sul canale youtube del Centro La Tenda

La Messa di oggi è piuttosto impegnativa, ci avverte don Nicola.  Ci parla infatti, essenzialmente, di un’esperienza molto forte.

Nelle Letture delle settimane scorse, premette, siamo stati impegnati a farei conti, con “il deserto” o con “la sinagoga”  e con il rischio del essere dei “mestieranti”. Oggi siamo chiamati scoprire ciò che si nasconde dietro la maschera, oltre   il ruolo che troppo spesso impedisce di conoscere la nostra vera identità.

Oggi, in effetti, viene presentata un’esperienza molto forte di un Gesù che una volta uscito dalla sinagoga, alla ricerca di rapporti più veri, di  un incontro con  sentimenti e relazioni  genuine, esce per strada e “rompe gli schemi”.

Va su un monte di media grandezza, il monte Tabor, e “porta con sé  tre discepoli (Pietro, Giacomo e Giovanni)con i quali fa un’esperienza straordinaria, di luce e di trasfigurazione.

“È il momento avviene  un  un passaggio”  ci suggerisce don  Nicola.  La maschera viene maschera viene sradicata dal volto di chi la indossava, magari  inconsapevolmente,  resa inutile da una luce  “accecante” La luce della bellezza umana e divina, al tempo stesso.

In effetti, già nella prima lettura Abramo viene messo alla prova essendogli stato chiesto da Dio l’improbabile sacrificio di uccidere il proprio innocente figlio. 

In realtà, soggiunge don Nicola, sottolineando l’assurdità di una interpretazione letterale  di un tale comando di Dio, l’ordine è in effetti finalizzato a segnare un passaggio  dalla logica del sacrificio, del dolore, dell’ ubbidienza faticosa, alla esperienza liberante della  misericordia, della possibilità di  vita vera, gioiosa, amorevole.

Un’esperienza quindi da collocare nel processo di avvicinamento di Dio all’uomo e dell’uomo a se stesso, attraverso il riconoscimento di una verità interna ciascuno di noi.

Attraverso, cioè, un percorso che non è fatto di snaturamenti, impegni estremi, di vette irraggiungibili o di richieste impossibili.

Ce lo ricorda anche simbolicamente il luogo dove avviane l’evento: il monte Tabor. Un monte, in verità di dimensioni modeste.

Non siamo dunque chiamati a scalare vette o a innalzarci oltre i nostri limiti, sembra volerci dire il Buon Dio.

Ma siamo chiamati a scoprirci, a fare a meno delle  maschere  che quotidianamente indossiamo per riconoscere la bellezza che si nasconde nel nostro volto vero.

In effetti l’esperienza della trasfigurazione, per quanto improntata alla gioia che lascia senza parole, alla felicità di una verità disvelata, viene spesso percepita come un rischio. Non fosse altro perché ci offre l’opportunità di uno squarcio di realtà  cui non siamo abituati. Una realtà interna ed esterna, fuori dagli schemi, che ci spiazza e ci interroga.  Anche per questo, è un’esperienza, una folgorazione che   viene spesso accantonata, rimossa, e che contiene la tentazione  della  felicità raggiunta. 

I tre apostoli, infatti,  guardano, così emozionati, storditi, inebriati  da quella  felicità che vorrebbero fissarla per sempre: “facciamo tre capanne”…

Ma si tratterebbe di una staticità pericolosa perché la vita non la si può fermare: la felicità quando   è data,  va goduta senza timori, è una carezza di Dio, uno scampolo di risurrezione, che va conservata e custodita ma non cristallizzata.
Altra cosa  è la necessità della sosta, soprattutto in una fase di fatica e di malessere.

In effetti, c’è un processo che evolve, c’è il superamento del formalismo, della stessa legge e c’è il bisogno di ricercare la spiegazione, il senso della nostra vita, la necessità  di rispondere alla domanda di fondo:  che senso ha tutto questo?

Ma  il  Vangelo di oggi   contiene anche la risposta. È la nostra storia, che in un dato momento  può trovare un senso una motivazione, una trasfigurazione , ovvero il permesso di manifestare quello che siamo veramente. “ Quello che c’è si può manifestare”, sottolinea don Nicola..

Infatti, a fronte del  rischio di identificarci nel ruolo e nella maschera che indossiamo. la trasfigurazioni fa  venire fuori quello che c’è dietro la maschera e ci  fa entrare in contatto con la parte ferita, il bambino ferito dentro di noi.

In effetti, possiamo anche scegliere di scendere dal monte, di rinunciare  alla luce della verità  perché “troppo difficile da gestire. Ma è un’esperienza  che non possiamo  cancellare né  annullare o dimenticare.

Possiamo, invece, condividerla.

Le letture di oggi 28.2.21

“DESERTO”

La Parola della Domenica

GUARDA LA REGISTRAZIONE INTEGRALE  DELLA CELEBRAZIONE SUL CANALE YOUTUBE DEL CENTRO LA TENDA

Stavolta don Nicola parte dal colore: il colore viola, Il colore che nella tradizione liturgica richiama la penitenza, l’attesa e il lutto. Ma che in realtà prelude alla gioia dell’Avvento.

“Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana”. (Marco 1,12-15)

E don Nicola prende spunto proprio dal verbo “sospingere” interpretato come uno scossone, ovvero una sollecitazione ferma ad affrontare il luogo del deserto, o meglio il “deserto dell’anima” e non certo per il gusto di lasciare il suo amato figlio (e in fondo ciascuno di noi) in preda alla tentazione. Ma per farci scoprire la vera energia che si nasconde dietro la cortina fumogena delle nostre paure.

Ancora una volta, dunque, una lezione d’amore.

Difatti cos’è la tentazione? Se non un’occasione per permettere all’uomo di scegliere? Di rafforzare la sua fede e radicare la sua appartenenza nell’amore di Dio Padre?

La tentazione, in effetti, ci esorta a   a scegliere la direzione verso cui orientare il cammino.  E forse l’essere tentati è assolutamente necessario, per restituire la verità e la libertà alla persona umana.

In realtà – ci aiuta a riflettere don Nicola – quelle bestie che Gesù incontra, sono anche il simbolo delle nostre parti oscure, gli spazi d’ombra che ci abitano, che non ci permettono di essere completamente liberi o felici, che ci rallentano, che ci spaventano. Sono, in altri termini, le nostre paure, le esperienze dolorose, le cadute che un giorno ci hanno spaventato, catturato, ferito.

Ma è proprio lì che possiamo e (dobbiamo) imparare a stare con Lui, o meglio scoprirlo nel nostro sé, quello profondo.

Imparare con Lui a stare lì, e a guardare in   faccia le nostra debolezze, le nostra ombre, le nostre paure e dare loro un nome, senza illuderci di poterle ignorare o, peggio, negare.

È importante, invece, riconoscerle e dare loro una direzione.

Esse sono parte del nostro disordine interno e incontrarle diventa allora una preziosa occasione di chiarificazione. E questa apertura, questa visione non può avvenire se non attraverso la nostra fragilità umana che diventa, però, proprio allora, una preziosa, fonte di esperienza, di ancoraggio della nostra vita.

Possiamo ben dire, allora, che senza tentazioni, senza scelte anche sofferte, non si vive veramente. Scompare la libertà e la vera natura umana.

Di fatto, nel deserto, ovvero nella partita decisiva, faccia a faccia con la tentazione della divisione,l’uomo ha veramente la possibilità di scoprire la forza unificante dell’amore.

Cosicché dal deserto può emergere la vita vera, con la fioritura dei colori e creature luminose che rischiarano il buio con l’annuncio della Buona Notizia. 

Ed è proprio questa l’esortazione finale di don Nicola, rivolta, come ci ha abituati a fare in queste celebrazioni domenicali, anche alla nostra nella nostra esperienza operativa.

Andare oltre la denuncia del malessere e diventare noi stessi annuncio di un modo sempre nuovo di stare insieme e di fare squadra. 

“GUARIGIONE”

Appunti e spunti di riflessione  intorno alle  meditazioni di don Nicola Bari nella Santa Messa di domenicale del 14.2.21

La settimana scorsa abbiamo trattato un tema molto importante e ci sono state anche molte ricadute di quanto detto nella vita operativa del nostro Centro. E questo ci incoraggia a continuare questa esperienza di condivisione della messa domenicale celebrata da Don Nicola, via google meet, come stiamo facendo da tempo.

“Siamo passati, leggendo il processo di riflessione suggerito dalle pagine del Vangelo attraverso tappe significative di cui oggi cogliamo un ulteriore sviluppo” esordisce così don Nicola, introducendo le meditazioni di oggi.”

Dalla Sinagoga, dal luogo cioè di chiusura e di riti formali, siamo passati alla casa di Simone Pietro, una casa abitata da più persone ma soprattutto dai sentimenti, dal bisogno di contatto e dal riconoscimento degli affetti che lega le persone.

Per passare poi, attraverso la testimonianza di Giobbe, al riconoscimento del dolore, ma anche della speranza inestinguibile in Dio, nonostante il dolore e la delusione.

Per arrivare, oggi, all’incontro con il lebbroso, narrato nel Vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45).

Ovvero all’incontro con la malattia, con il disagio, con l’emarginazione.

Cosicché, mentre nella prima lettura della messa di oggi, si parla delle disposizioni emanate, per fronteggiare la malattia, nelle parole del Vangelo avviene un passaggio.

Un passaggio, in fondo, che  riguarda ciascuno di noi. E che implica il riconoscimento che ciascuno di noi deve compiere, attraversare nella vita. Difatti, il percorso indicato e vissuto da Cristo rappresenta anche il nostro stesso percorso personale, dalla sinagoga alla casa, all’incontro con i sentimenti, più o meno dolorosi che, in genere, tendiamo a nascondere a noi stessi e agi altri.

Ma rinchiudersi, negare i propri vissuti, le proprie storie di vita, le proprie cadute non è vita.

L’incontro di Cristo con la malattia ci ricorda che siamo tutti ammalati, siamo tutti imperfetti. E la malattia, beninteso, non è solo quella fisica. Difatti, nessuno è integralmente sano ma la verità è che possiamo crescere anche di fronte al dolore che, in realtà, non possiamo mai eliminare del tutto. Esso, in realtà, fa parte di ciascun di noi fin da quando nasciamo.

Tutto ciò però ci impone una domanda: cos’è veramente la guarigione? Quando ci possiamo considerare realmente guarito. In realtà, la guarigione corrisponde con la nostra capacità di accettare i nostri limiti personali, senza illudersi di doverli o poterli nascondere.

L’incontro col lebbroso ci insegna quindi la condizione di disperazione, di solitudine, di emarginazione umana e sociale è un’esperienza con la quale tutti, prima o poi, sebbene in modi diversi, tutti sperimentiamo nella vita anche perdendo talvolta anche la dignità.

C’è un altro aspetto, poi, che colpisce e che don Nicola ha sottolineato come determinante per la crescita e la guarigione. Riguarda, in particolare, il richiamo ad un atto di volontà, nel processo di guarigione. 

Infatti, per guarire, per riprendere e trasformare il disagio in occasione di crescita, in risorsa, c’ è bisogno anche di rapportarsi da adulti alla vita, e stabilire relazioni improntate alla responsabilità. Evitando di rimanere bambini passivi inerti e deresponsabilizzati, tutt’al più ossequiosi delle regole.

Lezione questa, rimarcata dall’esortazione successiva che Cristo fa al lebbroso guarito, vale a dire allorquando “ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno”.

Si tratta, ce lo sottolinea don Nicola, di una “rottura di esperienza” ma anche di un passaggio, di una proposta di rapporto di adultità.

In realtà, spesso, ci limitiamo a raccontare il fatto, l’esperienza, omettendo di esprimere il vissuto, la comunicazione dei sentimenti sperimentati, e delle acquisizioni anche spirituali che accompagnano tale esperienza che, peraltro, non è oggettivamente facile da condividere.

Ma se non avviene questa apertura, se non viene riconosciuta e condivisa questa esperienza interiore, non c’è effettivamente guarigione.

In effetti, quando dalla condizione di indegnità si passa ad essere testimoni, si compie un passaggio importantissimo. Ma spesso perdiamo questa occasione soprattutto quando rimaniamo chiusi nel nostro individualismo e ci autocondanniamo.

Il lebbroso in realtà, trasgredendo le severe leggi del tempo che imponevano l’esclusione assoluta dal villaggio dei lebbrosi, sfida le severe leggi del tempo nel villaggio e cerca un contatto vero.  E così facendo è cambiato tutto. Il malato è guarito, il bambino è diventato adulto. Pronto ad affrontare altre sfide, facendo del cambiamento continuo l’occasione per approssimarsi sempre più all’amore totale di Dio così come era avvenuto allo stesso Cristo nel Vangelo di domenica scorsa, allorquando si era allontanato dalla sinagoga per cercare una casa vera, dove ci fosse vita, persone, relazioni vere.

ISTRUZIONI PER CHI OPERA

Comunità “Sorella Luna” 7 febbraio 2021

Continua la  consuetudine della celebrazione della santa messa domenicale, diffusa e resa interattiva grazie alla piattaforma Google meet.

Una rinnovata occasione di condivisione della vita comunitaria anche in tempi difficili, come quelli che stiamo vivendo e che ci permette di tenerci sempre attivi, svegli, come peraltro ci sollecita a fare proprio il brano evangelico di oggi.

La riflessione di don Nicola oggi ha posto al centro la necessità di essere testimoni  per essere operatori credibili.

Il lavoro di un operatore è soprattutto nella sua testimonianza, che lo rende vero.

E lavorare dando testimonianza non è semplice.

Le letture di oggi ci aiutano proprio a capire il senso del nostro impegno che non è e non deve diventare un mestiere. È necessario Guardarsi dentro, entrare nell’intimità con noi stessi perché solo chi ha fatto esperienza, conoscenza del vero sé e della sofferenza che inesorabilmente sperimenta  nella propria vita può diventare un testimone attendibile, operare e risultare credibile.

Ma dove trovare la spinta?

Partiamo dall’esperienza del dolore.

Nella prima lettura Giobbe evidenzia molto bene il momento della esasperazione, della difficoltà estrema,  della fine dell’illusione,  il momento in cui la vita diventa faticosa, la notte “degli affanni” si fa più lunga e  la speranza sembra venir meno.

Ebbene, è proprio in un momento come questo che qualcosa  nasce dentro di noi.

Infatti è  proprio quando si affrontano  queste prove che si diventa testimoni.

È allora

Si smette allora di essere  mestieranti e si diventa necessariamente testimoni. (“Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”, afferma S.Paolo nella seconda Lettura). E il premio vero non è una paga ma la testimonianza, la partecipazione al Vangelo nella propria esperienza.

Cristo ci “costringe”  a non ingannarci e ci aiuta ad evitare il rischio  di accomodarci nel limbo della nostra tendenza all’inerzia che ci condannerebbe per sempre. Ci invita, invece,  ad arrenderci all’amore.

Di fatto, la verità si impone sempre e, sebbene sia talvolta difficile, scomoda, ci preserva dal rischio di coltivare un falso appagamento, e di accomodarci nel mezzo.

Difatti, nel Vangelo di oggi, quando Gesù era dentro la sinagoga, emerge che nella stessa sinagoga c’era una divisione di matrice diabolica.  

Gesù se ne allontana  e trova la casa di Simone.

La sinagoga era, in realtà, il ruolo delle regole formali, e rispetto ad essa la casa di Simone rappresenta il superamento della vicinanza solo formale.

Nella casa di Simone, Cristo incontra la vita vera, fatta  di sofferenza, di dolore ma anche di tenerezza, di sensibilità, di generosità. Dentro la casa c’è una donna malata, c’è il malessere , c’è un senso di morte ma è proprio lì che il figlio di Dio  entra e ci  invita ad entrare. La “casa” infatti, a differenza della sinagoga, rappresenta il luogo dell’affetto, dell’incontro vero.

Lo evidenzia subito l’incontro tra le mani di Cristo e quelle della suocera di Simone. Sottolineando una relazione fatta di tenerezza e sensibilità autentica.

E così l’ammalata non solo guarisce ma è già pronta a “servire”, a dedicarsi all’altro. Il contesto cambia colore, assume vita e la casa si riempie di gioia, si espande.

Anche noi quando incontriamo i nostri limiti, paradossalmente ci espandiamo, diventiamo più grandi.

In effetti, anche quando stiamo male, ci fa notare don Nicola, noi tendiamo a colludere con quanti, presumibilmente, stanno male come noi e a cercare l’alleato con cui condividere il  malessere. Ma dovremmo piuttosto fermarci per capire cosa c’è dentro di noi e contattare anche la sofferenza che vi si nasconde.

Difatti, Cristo ci indica la strada del deserto per fermarsi, ascoltarsi e ripartire da se stessi. Per capire cosa sta succedendo nella nostra intimità, alla radice del nostro malessere personale.

Così,  anche la  comunità può diventare il luogo ideale in cui ritrovarsi.

Come Cristo se ne va dalla sinagoga  e incontra le persone fuori dal luogo “istituzionale”, non autentico , dove c’è solo l’osservanza formale delle regole, anche noi abbiamo bisogno di luoghi veri.

Cosicché, dopo il momento della solitudine, dello sconforto, ma anche dopo il  momento del successo sottolineato  dall’acclamazione popolare,  Cristo sceglie di andare avanti, incontro ad altre prove, ad altre difficoltà.

In realtà si diventa grandi non già quando ci si compiace del momentaneo successo raggiunto, bensì  quando si riconoscono i propri limiti, magari ripartendo dalla

 malattia, o dalla  ferita interna, sempre presente nella nostra vita, che  è in fondo preziosa, se può insegnarci tanto.

“INSEGNAMENTO”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

31.1.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Riconosciamoci come comunità in cammino, disponibile ad accogliere la novità.

La vita va testimoniata e non ci sono libri o teorie che bastino.

È dalla periferia, dalla realtà meno frequentata, dal proprio territorio, dalla comunità,  ma anche da noi stessi, che dobbiamo ripartire.

Il cammino più difficile, ma anche quello più proficuo  per ogni essere umano,  è quello dentro se stessi, alla scoperta di quello che ciascuno di noi veramente è.

“Da domenica scorsa abbiamo iniziato a leggere il vangelo di Marco, un Vangelo ispirato anche alla testimonianza di San Pietro, impegnato a edificare la Chiesa di Roma”.

Don Nicola inizia così la sua riflessione domenicale suggerendoci una stimolante chiave di lettura.

Innanzitutto il riferimento alle periferie (Cafarnao) e alla Sinagoga.  Quasi a significare la necessità, per avviare il cammino, ogni cammino di conoscenza, di partire da se stessi, o meglio ancora dalla comunità di cui si fa parte. 

In altri termini, “cominciamo da noi”, se vogliamo insegnare credibilmente qualcosa a qualcuno.

Don Nicola fa questa premessa per guidarci quindi ad un passaggio ulteriore e contestualizzare efficacemente l’inquietante figura dell’indemoniato, descritto e percepito nell’immaginario collettivo come un nemico, una minaccia esterna.

In realtà, don Nicola ce lo sottolinea, l’indemoniato faceva e fa parte della Comunità, non è estraneo ad essa. Non è qualcuno o qualcosa di separato da noi.

Più che altro, l’indemoniato rappresenta la distanza tra quello che si è e quello che si fa, un’ambivalenza, peraltro, quasi connaturata con la nostra  umanità. L’ambivalenza, se non l’ambiguità, che inesorabilmente ci appartiene.

E tocca riconoscerla, ammetterla, se vogliamo provare veramente a crescere in umanità. Non vale la pena certo di nasconderla.

Eppure,  spesso utilizziamo varie forme di concettualizzazioni più o meno condivisibili, pur di non ascoltare il nostro cuore.

È il rischio che si corre quando ci atteniamo esclusivamente ad un approccio alla realtà solo su base intellettuale,   o quando ci rifacciamo  solo all’osservanza delle regole per risolvere ogni incertezza.

Ed è il rischio che, paradossalmente, corre anche chi ha fatto esperienza di attraversamento della sofferenza e del  dolore e non trasforma questo bagaglio in arricchimento spirituale.

In effetti, almeno superficialmente, sembra conveniente evitare il turbamento che ci può derivare dal riconoscere il luogo interiore dei nostri sentimenti più nascosti.

Ma è pur vero che Gesù non ha chiesto ai primi discepoli alcun titolo di studio, o una specifica preparazione intellettuale per seguire la sua proposta di vita, ma ha scelto coloro i quali si facevano “toccare”, che mostravano un’apertura diversa alle sollecitazioni che la vita, e  Lui stesso, proponeva loro.

L’autorità, di cui si parla nel Vangelo di oggi, corrisponde allora alla congruenza, alla capacità di testimoniare con le azioni la vita e la fede in cui si crede.

Ed è questo che spiazza e insegna veramente;  non certo le parole o gli intellettualismi. È l’insegnamento del cuore, appunto, congruo e coerente.   Quello  “dato con autorità” che “comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono”.

E, in effetti, le esperienze di vita, e soprattutto  le più sofferte, possono essere  preziose e feconde.

Anche per questo c’è bisogno di persone, interlocutori attendibili, capaci di testimoniare. Difatti, la  sofferenza quando è vera, tocca inesorabilmente la nostra vita  e ci arricchisce.

Ma  il costo della testimonianza, autentica e vera, è la riapertura di dolorose ferite.

E, a fronte del comprensibile  bisogno di difendersene, magari utilizzando razionalizzazioni e intellettualismi o comunque affidandoci al solo intelletto , c’è la vita che  ci interroga inesorabilmente.

Vale la pena, allora, tenere sempre aperte le “ragioni del cuore”. E l’autorità che ne deriva.

A tal proposito, don Nicola riprende l’esperienza della commemorazione della Shoah, riproposta di recente, in occasione della Giornata della Memoria. Una terribile esperienza storica che ha annientato la vita di milioni di persone innocenti, e che non si può ridurre ad un semplice racconto, né tantomeno può essere compresa con la sola ragione.

Dobbiamo invece fare appello a strumenti e sensibilità diverse.

Per esempio davanti alla Shoah, è l’esempio che don Nicola ci propone, non c’è solo, semplicisticamente la chiave di lettura che schiera da un lato il male e dall’altra il bene.

Ma c’è, come ci ha insegnato Primo Levi, testimone autorevole e sofferto della persecuzione nazista contro gli Ebrei, una “zona di mezzo”.

Don Nicola riporta, a tal proposito, la testimonianza di un sopravvissuto alla Shoah ospite a Sorella Luna, il quale ha iniziato a raccontare la sua drammatica esperienza, vissuta nell’infanzia, alla tarda età di  60 anni. Un ritardo di cui non dobbiamo sorprenderci in quanto, ci spiega don Nicola, la “zona d’ombra” nella quale custodiamo le nostre esperienze e i vissuti, più o meno dolorosi, piò o meno drammatici della nostra vita, merita rispetto e cautela, e richiede il giusto tempo per la doverosa elaborazione. 

Perché si trasformi infine in patrimonio, in insegnamento, in dono per la comunità, per tutti noi.

Le Letture della Messa del Giorno 31.1.21

“ECCOMI”

LA “PAROLA” DELLA DOMENICA

17.1.21 Comunità Sorella Luna, Roma

(Riflessioni, emozioni, sollecitazioni operative correlate alla omelia domenicale di Don Nicola Bari)

Chi sono veramente? Cosa cerco? Cosa voglio?

Ciascuno può riconoscere e valorizzare il percorso avviato da tempo proprio ponendosi queste domande. Ma la premessa è che il tempo va vissuto, va rispettato dentro di noi. E non cedere alla impazienza, soprattutto rispetto a quesiti importanti, come  quello da cui siamo partiti.

È importante non divorare il presente, non consumarlo voracemente come siamo spesso tentati di fare approcciando la realtà da eterni bambini.

È importante invece gustare, soffermarsi, elaborare ciò che viviamo e  scegliere da adulti.

In effetti in questa domenica ci viene sottolineato un passaggio di grande rilevanza. Ci viene infatti indicato una modalità diversa di rapportarci alla “chiamata” di Dio.

Una voce (quella di Eli nella prima lettura) stavolta ci interroga da adulti, ci  chiede, ci responsabilizza su quali intenzioni abbiamo veramente, quali sono le nostre scelte e i nostri desideri rispetto al cammino indicato da chi ci passa accanto.

La voce che convoca è, né più né meno,  una voce che nasce dall’interno di ciascuno di noi e la risposta non è un ordine a cui ubbidire ma è semplicemente un invito a interrogarci da adulti chiamati a scegliere ed attivarsi.

Difatti, San Giovanni Evangelista si propone, ce lo ricorda Don Nicola, come un conoscitore, o meglio, uno “scopritore” molto attento e attendibile dell’animo umano. E ci aiuta a riconoscere ciò che si nasconde nel profondo di noi.

Se non c’è più “la chiamata”, dunque, la prospettiva cambia.

Giovanni supera la passività propria dell’espressione   ”essere chiamati” ed evidenza invece la proposta di un rapporto paritario dove l’amore non è motivato da una dipendenza affettiva.

È la scelta attiva, adulta, responsabile  il vero motore di questo cambiamento.

Un cambiamento che diventa un traguardo da rinnovare anche nei rapporti tra noi, ponendo l’accento su un nuovo modo di rapportarsi alla proposta evangelica.

Ha il sapore della presenza, dell’esserci veramente, con la consapevolezza di voler attivarsi e procedere.

Cosicché la domanda possiamo senz’altro ritenerla come rivolta a ciascuno di  noi.

E la risposta a questa domanda che, in fondo segna la differenza. Non tanto il patrimonio, genetico, intellettuale, esperienziale, di cui pur siamo dotati differentemente l’uno dall’altro, quanto la nostra motivazione a scoprirci e a volere essere veramente ciò che siamo.

D’altra parte lo stesso Gesù, nel Vangelo di Giovanni,  alla domanda  che qualcuno gli fa “dove stai?” risponde molto efficacemente: “venite e vedrete”.

Quasi a dire “Non c‘è un luogo fisico, stabile e strutturato che possa fornire una risposta, quanto invece un movimento da attivare, una relazione da coltivare un rapporto da far crescere.

È necessario, sembra voler dire, per scoprire una nuova, più vera identità, uscire dalla illusione di bastare a noi stessi.

V. LE LETTURE DOMENICALI

“CERCATORI DI VITA”

LA PAROLA DELLA DOMENICA

Comunità Sorella Luna 6.1.21

La  bellezza della festa  dell’Epifania è sotto i nostri occhi, nella sua profondità arricchita da mille suggestioni.  Festa densa di magìa e di emozione, festa dei segni celesti e del lungo cammino, in cui possiamo riconoscerci  e  manifestare il nostro desiderio di cercare e di andare sempre avanti.

Esordisce così don Nicola nella riflessione dedicata alla festa dell’Epifania.

E, aggiunge, cercare Dio significa anche cercare se stessi, ed è un’azione, un movimento che ci tiene  vivi in una dimensione di sempre maggiore apertura.

I re magi alla ricerca

Siamo chiamati dunque a cercare.

D’altra parte, quello che stiamo vivendo è un periodo di riflessione, avviato con la Quaresima. E quello che ci viene detto oggi è che quando si raggiunge una mèta, se ne profila subito un’altra.  A dimostrazione del fatto che tutta la vita è un cercare costantemente. Ed ogni tappa ne apre progressivamente un’altra.

Anche per questo, i re Magi possono ben rappresentare la nostra condizione umana.

Soprattutto quando, in cerca di un re ricco e potente, si imbattono in un re  “povero”, e rischiano di non riconoscerlo.

Ma chi sono veramente i re Magi? Alcuni hanno ipotizzato che  fossero sovrani di terre orientali e sconosciute, altri ancora che fossero astronomi  o qualcosa di simile.

Quello che possiamo dire per certo è che questi personaggi misteriosi sono stati sicuramente “cercatori”.

E per questo non possiamo non identificarci con loro.

Inoltre, don Nicola ci indica il bel segno della Stella che compare, scompare per poi riapparire nuovamente.

La stella, ovvero  la guida, il riferimento che orienta il nostro cammino, la nostra ricerca.  

E, difatti, a pensarci bene, come ci aiuta a fare don Nicola, ognuno di noi ha avuto ed ha qualche stella come guida, qualche persona magari riconosciuta solo a posteriori,  che ha accompagnato il nostro cammino.

C’è da dire, però, che i Magi, almeno apparentemente, vanno incontro al fallimento delle loro aspettative.  E difatti si fermano a Gerusalemme invece di proseguire nel viaggio, essendo partiti con l’aspettativa di trovare un Dio potente e ricco, assiso su un trono sfarzoso e appariscente e ritrovandosi  invece davanti un bambino inerme, deposto in un umile giaciglio di paglia.

In effetti anche noi, come loro, cerchiamo il re  invece di cercare il bambino che è dentro di noi e di accoglierlo. Quel  bambino ferito  e impaurito che invece rappresenta la parte più preziosa di ciascuno di noi.

Ebbene, i  Magi  hanno dimostrato, in questa circostanza, di saper uscire dagli schemi che impediscono di scoprire e accogliere la vera ricchezza che si nasconde nella condizione di indigenza, di povertà.

Cosa che ciascuno di noi  non riesce a fare quando  si chiude, quando si identifica in un tempio da adorare  piuttosto che in una tenda  per muoversi più speditamente nel suo incessante movimento.

In realtà il vero cercatore è chi non ha paura di andare oltre l’apparente certezza degli schemi e dei templi, ossia delle certezze preconfezionate.

Le  verità  vanno cercate con coraggio.

Difatti, anche noi, nel nostro tempo, spesso rinchiusi nelle nostre rigide strutture mentali,  possiamo provare a riconoscere , a leggere i segni che ci indicano la strada da seguire. Sull’esempio dei Magi, pronti a valicare confini smisurati, da una parte all’altra dell’orizzonte, e facendolo insieme.

In questa prospettiva, che ci richiama  all’universalità del messaggio cristiano (cfr. l’enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti”), possiamo allora affermare che i veri doni, più dell’oro, dell’incenso e della mirra , con tutta la simbologia di cui sono ricchi, non sono quelli materiali per quanto preziosi e significativi,  ma

consistono proprio nella capacità e nel desiderio di cercare.

Sono doni da portare con sé lungo un cammino di ricerca.  Una ricerca da svolgere non da soli, ma uniti, come i Magi,  legati  in una relazione, che in fondo è il vero dono da condividere.

L’augurio è dunque di diventare “cercatori” insieme.

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